Oggi è l’ora dell’unità

di Wilfried Hagemann

Wilfried Hagemann, attualmente Rettore del seminario di Münster (Germania), da giovane sacerdote era direttore spirituale nel convitto teologico della sua diocesi. Successivamente impegnato come rettore di un’accademia per la formazione dei laici, dal 1987 al 1995 è stato direttore spirituale del Comitato centrale dei cattolici tedeschi.

Ho avuto la fortuna di studiare a Roma durante l’intero periodo del Concilio. Ho frequentato la Pontificia Università Gregoriana ed ho abitato nel Collegio Germanico-Ungarico dall’ottobre 1957 al dicembre 1967. Così ho potuto seguire il Concilio Vaticano II dai suoi inizi sotto Giovanni XXIII fino alla conclusione con Paolo VI. Nessuno di noi aveva mai pensato di poter assistere ad un evento così grande.

Verso il Concilio Vaticano II

Nel 1957, il mio primo anno di filosofia, era passato nel nostro collegio un sacerdote olandese, Johannes Willebrands, più tardi Cardinale e Presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani. Egli allora seguiva in tutta Europa sacerdoti cattolici che avevano contatti stretti con pastori luterani. In quei tempi era piuttosto inaudito sentire cose del genere. Sembrava quasi fuori della legge ecclesiastica. Una cosa toccò profondamente il mio cuore: anche l’allora cardinale di Milano, Giovanni Battista Montini, faceva parte di un tale gruppo ecumenico.

Questo incontro mise nella mia anima il desiderio dell’unità della chiesa, come l’ha chiesta Gesù nella sua Preghiera sacerdotale (Gv 17) e da quel momento cominciai a pregare per l’unità. Tutto questo avvenne ancora durante il Pontificato di Pio XII. Nessuno allora poteva immaginare che questi timidi inizi del Movimento ecumenico si sarebbero grandemente sviluppati tra i cattolici.

L’11 ottobre 1962 ero presente in Piazza San Pietro, quando i 2400 vescovi cattolici fecero ingresso nella Basilica di S. Pietro per l’apertura del Concilio. In quella data, si celebrava la festa della Maternità di Maria. Era la Madre che radunava attorno a sé la chiesa. Si aveva l’impressione di assistere ad una nuova Pentecoste. Sulla piazza, una festa indescrivibile.

Assieme ai vescovi, fece ingresso nella Basilica papa Giovanni XXIII, portato sulla sedia gestatoria, con la tiara in testa. Un gesto molto significativo fu quando papa Giovanni si pose aperto sulla testa il grande libro della Bibbia per dire che voleva sottostare alla Parola di Dio. Fu un gesto che fece molta impressione nel mondo protestante. Poi tutti i vescovi pregarono insieme la preghiera del Concilio, che veniva recitata all’inizio di ogni seduta: "Adsumus, Spiritus Sancte... – eccoci, Spirito Santo!".

L’atmosfera del Concilio

Nel clima del Concilio si verificò un’atmosfera di riconciliazione inaudita. Per la prima volta erano potuti venire anche vescovi dai paesi comunisti. Pareva un miracolo che essi, finalmente, potessero comunicare senza il controllo della loro polizia segreta. Furono i vescovi della Polonia con il Cardinale martire Wyszynski a tendere la mano ai vescovi tedeschi scrivendo al Cardinale Döpfner: "A nome dei vescovi polacchi chiediamo perdono ed offriamo perdono". Parole che spianavano la strada della riconciliazione politica tra polacchi e tedeschi.

Dopo la guerra mondiale e le guerre in Asia e Africa si vedeva una chiesa che voleva cogliere la volontà di Dio. Era una chiesa che riscopriva quasi di colpo la sua missione universale verso tutti gli uomini e tutti i popoli. Nel dialogo fra vescovi e teologi "periti" e in contatto continuo con il papa, si capiva che Gesù voleva annunziare nuovamente il vangelo a tutti gli uomini.

In quel tempo noi seminaristi vivevamo molto vicino ai vescovi. Nel mio collegio abitavano allora il Cardinale Döpfner di Monaco e il gesuita Karl Rahner, suo teologo. Mentre il Cardinale Frings di Colonia, con il suo teologo Ratzinger, abitava nell’altro Collegio tedesco a S. Maria dell’Anima.

Ogni giorno vedevo passare sotto casa il pullman con i vescovi che non avevano una macchina privata. Erano vescovi dell’Asia e dell’Africa. Un giorno sono entrato in un autobus pieno di vescovi e mi sono seduto accanto ad un vescovo africano. Arrivati in piazza S. Pietro l’ho accompagnato portandogli la borsa e le guardie vaticane mi hanno lasciato passare perché pensavano che fossi il suo assistente. Così ho potuto assistere ad un’intera giornata nell’aula. Mi ricordo di aver trovato un’atmosfera di preghiera ed anche di discussione – talvolta forte, ma sempre costruttiva. Si capiva che i vescovi facevano di tutto per andare a fondo delle varie questioni e decidere per il meglio.

La nuova apertura ecumenica

Una nota molto speciale fu sin dall’inizio il rapporto con gli altri cristiani. Giovanni XXIII, che era stato delegato apostolico in Bulgaria e poi in Turchia e Grecia ed aveva conosciuto in prima persona la Chiesa ortodossa, invitò le altre Chiese e Comunità ecclesiali a mandare osservatori al Concilio. Essi potevano assistere sia alle sedute plenarie che alle commissioni. Tante Chiese reagirono con una gioia indescrivibile a questo invito del papa. La loro reazione fu così forte che il papa istituì un ufficio preparatorio per i contatti con le altre Chiese e ne affidò l’avvio al padre Agostino Bea, gesuita tedesco, già amico di Pio XII e rettore dell’Istituto Biblico della Gregoriana. Più tardi, da cardinale, Bea sarebbe stato il primo responsabile del Segretariato per l’unità dei cristiani, oggi Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani.

Noi tutti eravamo quasi elettrizzati quando vedevamo questi pastori e archimandriti. Anche il Priore di Taizé, Roger Schutz, era venuto a Roma, insieme a Frère Max Thurian. Aveva preso in affitto un’abitazione a piazza Venezia. Per cinque anni stette a Roma per assistere al Concilio, pregando e amando. Una volta andai a trovarlo nella sua abitazione. Mi accolse molto gentilmente. Lo invitai a venire nel Collegio Germanico e mi rispose subito di sì. Alla fine, uscendo, mi condusse davanti ad una icona della Santissima Trinità, chiedendomi di inginocchiarmi e recitare un Padre Nostro con lui. Quando poi venne da noi, si recò subito nella cappella. Era esposto il Santissimo ed egli si è inginocchiato davanti a Gesù eucaristia. Ricordo quanto il card. Döpfner fosse stupito di questo gesto e come da quel momento nacque una vera amicizia fra loro. Molti passi in avanti nei rapporti con le altre Chiese, in quell’epoca, erano dovuti ad episodi semplici come questo.

L’allontanamento e l’incomprensione di secoli cominciavano a sciogliersi. La convivenza e il lavoro comune in quegli anni hanno portato un’amicizia nuova, mai conosciuta prima tra cristiani di diverse chiese. Così divenne possibile aprirsi ed abbattere mura secolari. E così la Chiesa cattolica capì che era volontà di Dio mettersi sulla via dell’ecumenismo e si stese il bellissimo Decreto sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio. Si capì che lo Spirito Santo conduceva il cammino in questa direzione e che esisteva la possibilità di trovare l’unità senza tradire la tradizione e il deposito della fede.

Nel giorno della conversione di San Paolo, il 25 gennaio 1965, Paolo VI invitò tutti i Padri del Concilio e gli osservatori delle altre Chiese nella Basilica di S. Paolo fuori le mura per una celebrazione comune della Parola di Dio – cosa fino ad allora inaudita. Per la prima volta ci si trovava insieme davanti a Dio in una liturgia ecumenica – oggi una prassi molto comune. Paolo VI era pieno di gioia.

Apertura alle altre religioni ed ai non-credenti

Questa comunione crescente con le Chiese ortodosse, la Chiesa anglicana e le Chiese della Riforma diede la forza per aprirsi anche verso le grandi religioni. Cominciava così il dialogo con loro. In prima linea si pensava al popolo ebraico. Ne nacque il ben noto ed importante Decreto Nostra aetate. Si apprezzava la buona volontà degli uomini di altre religioni e si scoprivano i "semi del Verbo". Era come se lo Spirito Santo avesse tolto dai nostri occhi un velo che copriva i nostri rapporti con i musulmani, i buddisti, gli scintoisti, con tutti i nostri fratelli delle altre religioni.

Alla fine si comprese che bisognava avvicinarsi anche alle persone non-credenti, alle persone di buona volontà. Per intraprendere un dialogo con loro si scrisse la Costituzione pastorale Gaudium et Spes, attraverso la quale la chiesa ha posto le fondamenta per un dialogo ed un’apertura che hanno innescato davvero una catena di miracoli.

Aperture verso l’interno

Allo stesso tempo si è verificata una grande apertura anche all’interno della chiesa stessa. Si capì in maniera tutta nuova la realtà della chiesa come popolo di Dio in mezzo a tutti i popoli. E si prese coscienza che il popolo di Dio, che si distingue dal mondo per la novità della vita ricevuta da Cristo nel battesimo, è chiamato a seguire Gesù per poter vivere per il mondo: ut omnes unum sint. Apparve allora in una nuova luce la varietà delle diverse vocazioni. Si comprese che esse, ciascuna a suo modo, devono abilitare questo popolo ad essere segno e strumento dell’unità di tutti i popoli. E quindi si comprese più esattamente la complementarità della vocazione del sacerdote e del laico.

Nell’insieme del popolo di Dio, la vocazione del laico si stagliava con nuova chiarezza: essere radunati nel nome di Gesù e rinnovare il mondo e la società con il vangelo per la gloria di Dio e la salvezza di tutti. Così veniva in rilievo la dignità del battezzato, la dignità del laico, che non diminuisce quella del vescovo e del sacerdote.

Rendendo presente, attraverso i sacramenti, il Cristo abbandonato, morto e risorto, il sacerdozio ordinato doveva essere al servizio del sacerdozio regale di tutti i battezzati. Grazie a ciò, tutto il popolo cristiano è capace di essere chiesa in mezzo a tutti gli uomini e di rendere oggi Gesù presente nel mondo. Era una nuova comprensione destinata a portare frutto. La nascita dei movimenti ecclesiali nella chiesa dei nostri giorni trova lì una sua radice vitale.

Ed ancora: la decisione di celebrare la liturgia in lingua corrente mettendo la Parola di Dio più a contatto col popolo. Quali attimi gloriosi quando avevamo in mano questi decreti dei vescovi!

In conclusione, voglio ricordare che il Concilio ci ha portati ad amare i vescovi, il papa, il popolo di Dio; ad amare anche le varie Chiese e le persone di altre religioni o di altre convinzioni. Direi che il Concilio Vaticano II mi ha impresso un sigillo nell’anima: vivere per l’unità, vivere per la chiesa e per il mondo.

Attraverso il Concilio, la mia anima è diventata universale e più cattolica ed ecumenica.

Wilfried Hagemann