La preghiera è il tempo di Dio, ma solo in quanto tempo di Dio diventa anche tempo dell’uomo

 

Così pregava il vescovo Hemmerle

 

di Wilfried Hagemann

 

Klaus Hemmerle collaborava volentieri alla nostra rivista e se fosse ancora vivo gli avremmo fatto un’intervista sulla preghiera. Non essendo possibile, abbiamo chiesto al dr. Wilfried Hagemann, che lo ha conosciuto da vicino e che sta per mandare alle stampe la sua biografia, di raccontarci qualcosa su questo aspetto della sua vita. Più che donare sue riflessioni ha preferito far parlare direttamente il vescovo e teologo Hemmerle attraverso i suoi scritti.

 

Ho avuto la fortuna di convivere con Klaus Hemmerle fin da quando era sacerdote ed anche quando è diventato vescovo abbiamo mantenuto intensi contatti e spesso siamo stati insieme nelle vacanze e nei convegni ecclesiali. Ho potuto conoscere anche la sua vita di preghiera. Egli pregava volentieri e molte volte io lo accompagnavo. Pregare con lui era sperimentare in un modo speciale la presenza di Dio

Una prima caratteristica che mi torna alla memoria è la sua fedeltà alle preghiere a cominciare da quelle più semplici come la preghiera del mattino e della sera, l’Angelus Domini e il rosario, la meditazione e la santa messa. Per lui era ovvio recitare ogni giorno la liturgia delle ore e confessarsi frequentemente. Si avvertiva chiaramente che non si trattava di adempiere ad un obbligo per avere la coscienza a posto, ma di trovarsi con Qualcuno che era il tutto della sua vita.

Un’esperienza decisiva

Klaus Hemmerle da giovane aveva fatto un’importante esperienza che egli amava raccontare in forma indiretta:

"Un giovane giunse in pellegrinaggio a Lourdes pieno di riserve e di incertezze. Ma la vista di giovani pellegrini ammalati, la loro preghiera presso la Grotta con una fede piena e profonda in Dio, disinteressata, lo sconvolsero. Egli, che non solo aveva problemi di credenza riguardo a Lourdes ma anche e continuamente problemi di fede, prese coraggio e pregò: "Non potresti dare anche a me una fede che non vacilli più, che rimanga sempre salda?" Ed ecco che gli accadde di udire come una risposta: "Non pregare per questo, ma chiedi sempre la luce per il passo successivo; la riceverai e ti basterà!" E da quell’istante ebbe inizio la guarigione della sua fede1."

"Sprecare" il tempo per pregare

Oggi la giornata del prete e ancor più quella del vescovo è sovraccarica di impegni. Come trovare il tempo per pregare e per pregare bene? Klaus annotava:

"Quanto più io ho cose da fare, tanto più ho bisogno di tempo per la preghiera. E allora scopro una cosa: quando io impiego, "spreco" il mio tempo per rimanere in Dio, avviene una sorta di "miracolosa moltiplicazione del tempo"; grazie al tempo donato a Dio, vengo ad avere più tempo a mia disposizione o perlomeno, un tempo migliore, più disponibile, più denso di amore da donare agli altri. Il tempo diventa come una collana di perle, fatta di molti preziosi momenti che sono in grado di vivere, e di portare al suo pieno compimento nel raccoglimento e nella dedizione agli altri.2"

Preghiera del risveglio

"Nei primi minuti del mio risveglio mattutino cerco di pensare in almeno tre direzioni, di annodare tre fili, di intonare tre melodie.

Il primo caposaldo è lo sguardo che fisso su Cristo crocifisso e abbandonato: "Oggi tu m’incontrerai in innumerevoli volti. Aiutami a far sì che ogni volta che tu mi dici: Eccomi, sono qui, anch’io ti dica: Sono qui! Non voglio fuggire, ma dirigermi con tutte le forze verso di te."

Il secondo caposaldo è ricordarsi della parola della Sacra Scrittura che ho scelto, per così dire, a prospettiva per l’intera giornata in un determinato periodo. Io penso a questa parola affinché mi pervada interiormente e mi ponga in dialogo con Colui che mi parla ed è presente nelle vicende che si succederanno nel corso della giornata.

Il terzo caposaldo è pensare a coloro che oggi incontrerò; a coloro di cui non so niente. Io gli dico: "Sei tu quello che ogni volta si avvicina a me, mi guarda, e ogni volta mi chiede la goccia di sangue di un dono, di un amore totale, affinché il tuo amore si manifesti". Così io vedo anche gli altri in modo diverso, in loro scorgo lui3."

Pregare insieme

La preghiera comune era per lui particolarmente importante. Sfruttava ogni possibilità che gli si offriva. L’ho sperimentato particolarmente in vacanza, quando recitavamo insieme l’intero breviario. A mezzogiorno era ovvio alzarsi in piedi e recitare l’Angelus. Anche nei grandi convegni ecclesiali, a cui partecipavamo a causa del nostro lavoro, egli organizzava la giornata in modo tale che noi avessimo sempre il tempo per pregare insieme. Mi ricordo che al Katholikentag del 1992 a Karlsruhe, per salvaguardare il tempo per la meditazione e la santa messa, ci alzavamo 90 minuti prima degli altri.

Anche nei viaggi tante volte abbiamo recitato il breviario in aereo, seduti uno accanto all’altro o abbiamo recitato il rosario sussurrandolo nelle sale d’attesa. Entrambi credevamo che la preghiera comune ci unisce in modo molto più profondo alla Chiesa e a Cristo, fidandoci della sua promessa: "Dove due o tre sono uniti nel mio nome, là sono io in mezzo a loro" (Mt 18, 20).

Per fare meditazione nei viaggi prendeva volentieri con sé il libro di Chiara Lubich: "Tutti uno", per assimilare le esperienze fondanti del carisma dell’unità.

Durante le nostre passeggiate cercavamo volentieri anche una chiesa per fare l’adorazione davanti al tabernacolo. Ciò che accadeva in lui in questi momenti é espresso in questa breve meditazione:

"Io posso andare al tabernacolo cosi come sono. Carico di paure, di incertezze, di distrazioni, di confusione e di speranze. Posso portare me stesso con me, dinanzi al Pane che Egli è. Non mi darà delle risposte straordinarie, ma terrà sempre pronta una parola: "Io sono qui!".

"Che ne sarà di me, dal momento che tutto è così incerto?". "Io sono qui!".

"Non so cosa rispondere, come reagire, come decidermi nella situazione difficile che mi attende". "Io sono qui!".

"Signore, che vuoi ch’io faccia? Qual è la mia vocazione?". "Io sono qui!".

"Io non so se debbo fidarmi di me stesso, se debbo fidarmi di essere ora alla tua presenza. Non cerco infine solo me?". "Io sono qui!".

"Signore, ecco lì il mio prossimo che non comprendo e che non comprende me. Non riesco proprio a gettare un ponte. Sono continuamente come respinto da lui; eppure, forse, la colpa è mia". "Io sono qui!".

"Non puoi offrire salvezza e aiuto a questa persona amata dinanzi alla cui croce io mi trovo impotente?". "Io sono qui!".

E, cosi, quando tutto si fa rumore in me e si fa silenzio entrando in Lui che è, presente come un pezzo di pane e nel pezzo di pane, allora pian piano si coagula qualcosa di nuovo anche in me. Con la mia esistenza imparerò a dire: "Io sono qui!". Saprò essere pane per sostentare gli altri. Diverrò icona e sacramento di Colui che me lo dice nel pane e di cui il santo Nome è: "Io sono"4."

Pregare per tutti

Klaus sentiva in sé l’obbligo di pregare ogni giorno per la sua gente. Da vescovo ricordava in maniera speciale i sacerdoti. Quando poi cominciò a formarsi un gruppo di vescovi impegnati a vivere molto concretamente la collegialità tra loro aiutati dal carisma del Movimento dei focolari - un’esperienza alla cui nascita egli aveva dato un valido contributo con l’incoraggiamento di Giovanni Paolo II - egli inventò una specie di litania ad uso personale. Dotato di una straordinaria memoria visiva egli passava in rassegna i vari continenti e nominava uno per uno ben 800 vescovi impegnati in questa esperienza.

Qualche volta al mattino durante le vacanze ho bussato alla sua porta e mi sentivo rispondere: "Sono già sveglio, sto pregando". E se chiedevo ancora dove si trovasse, potevo ricevere una risposta di questo tipo: "Sono in Africa", oppure: "Sono in America Latina". Questa preghiera richiedeva alla fine della sua vita ben 45 minuti.

Non smetteva semplicemente perché lo riteneva importante. Scriveva: "La preghiera concreta per quelli che ci chiedono di pregare per loro o proprio per quelli che non ce lo chiedono, rappresenta la cosa più importante che il sacerdote ha da fare. Noi non dovremmo mai accontentarci di un generico "includere nella preghiera", ma dovremmo sempre, espressamente e incessantemente esprimere l’intenzione della nostra intercessione a favore di tutti gli esseri umani e di tutte le situazioni che rientrano nel nostro orizzonte, e quindi nell’ambito della nostra responsabilità davanti a Dio5."

Pregare in unità

Un’altra particolarità della sua preghiera era il consenserint, la preghiera che acquista la sua efficacia – come dice appunto il versetto seguente – dalla presenza di Gesù nella comunità: "Se due di voi sopra la terra si accorderanno (in latino consenserint) per domandare qualunque cosa, il Padre mio...ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,19-20) . Aveva imparato questa preghiera nel focolare e faceva parte ormai della sua vita. Egli scrive:

"Laddove si realizza questa unificazione nell’offerta al Padre, là si realizza veramente l’assemblea nel nome di Gesù, là veramente è presente lui stesso. E dove c’è lui che sta al cospetto del Padre, là c’è il compimento. Non si può pregare per circuire Dio, per estorcergli qualcosa. Si può pregare soltanto per essere una cosa sola con Dio e con la sua volontà, e da questo possono risultare effetti inauditi.

Per me, in quanto sacerdote, questa maniera di pregare fa parte dei doveri più impellenti e dei doni più beatificanti per essere all’altezza del mio compito. Se vogliamo che la Chiesa sia Chiesa; che gli uomini siano in grado di credere; se vogliamo trovare il cielo e dare il cielo, tutto ciò in nessun altro luogo può accadere in modo più fruttuoso e appropriato che nel nostro cielo, quello in cui il Signore con noi e in mezzo a noi invoca il Padre nello Spirito, e dal Padre viene esaudito6."

Talvolta mi ha telefonato spontaneamente per pregare insieme a me il consenserint poco prima di un colloquio o una riunione difficili.

Nella sua preghiera di domanda poteva chiedere anche cose molto semplici, come per esempio una macchina per l’autostop, se ci trovavamo per strada e volevamo evitare la pioggia o raggiungere in tempo un determinato posto. Però era sempre pronto a perdere il suo desiderio, abbandonandosi completamente al volere di Dio in quel momento.

Una volta incontrammo sulla spiaggia un pescatore sconsolato perché aveva lavorato per ore senza prendere niente. Pregammo insieme chiedendo un pesce per quest’uomo. E il pesce venne. Ancora un anno dopo l’uomo incontrandoci di nuovo ci ricordò il fatto e ci ringraziò per questa preghiera.

Per l’efficacia della preghiera

Klaus s’impegnava perché la preghiera fosse ben fatta ed era convinto che per questo ci volevano tre condizioni.

"Vivere la parola. Se apprendo una lingua solo a scuola o dai dizionari, l’apprendimento non è quello cui pervengo quando vivo tra la gente, nel paese e nell’ambiente in cui si parla questa lingua nella quotidianità. Non si intende con ciò dire nulla contro i metodi moderni che trasmettono parzialmente questa esperienza anche a distanza; ma di fatto le cose stanno così: l’apprendimento di una lingua è possibile davvero là dove si parla, sul posto, nel dialogo cogli altri. Dio ha "imparato" a parlare il nostro linguaggio dal momento che la Parola si è fatta carne ed ha abitato tra noi. E noi possiamo imparare a parlare il linguaggio di Dio vivendo la sua Parola, rivivendo insieme l’incarnazione della Parola, sillabando il Vangelo nella vita e la vita attraverso il Vangelo. Chi ha esperienze di parola vissuta e la condivide con altri, costui non parla di fede; è la fede a parlare in lui, in questo modo egli può parlare a Dio, può parlare con Dio.

Confessarsi. Solo chi dà se stesso raggiunge l’altro. Come potrò mettere in discussione me stesso interamente, seriamente, dinanzi a Dio, se sigillo nel mutismo il mio limite, la mia debolezza, la mia colpa, se non sono pronto a oltrepassare la soglia che mi separa dal confidare, per amore di Dio, al fratello me stesso come peccatore dinanzi a Dio? La confessione è il momento della verità e della prova del mio consegnarmi, della mia sincerità. Chi si confessa al fratello può pregare Dio. Chi confida la sua colpa al prossimo può confidare il suo amore a Dio.

L’audacia evangelica. È singolare che questa virtù - io sarei tentato di chiamarla "la virtù dell’impudenza" - manchi nei cataloghi delle virtù, dal momento che nel Vangelo essa è tanto spesso elogiata. L’importuna donna sirofenicia, l’emorroissa che si accosta a Gesù, il paralitico che gli amici calarono dal tetto ai piedi del maestro, Zaccheo che non si vergogna di arrampicarsi su un sicomoro, e poi le parabole della vedova importuna e dell’amico insistente, e senza che la parabola del fariseo e del pubblicano assurga a contraddizione.

"Abbà" è una parola della lingua corrente (al tempo di Gesù). Può dirla chi osa impegnare il cuore, chi si espone a brutte figure: solo costui impara davvero anche a parlare una lingua. Per imparare a parlare dinanzi a Dio occorre diventare bambini, "ritenersi capaci" di Lui.

Vivere la parola, confessarsi, "ardire" dinanzi a Dio: così lo Spirito scioglie la lingua e insieme con Gesù possiamo dire: "Abbà, Padre buono!"7."

Nel cammino della vita

Innanzitutto bisogna imparare a pregare. Come fare? Anche Klaus si pose questa domanda e fece l’esperienza di lasciarsi portare. Egli ricordava che da Bonaventura a Teresa di Lisieux, si trova nella tradizione spirituale l’immagine del passero che inutilmente vuole ascendere fino al sole. Nonostante non vi riesca, non rinuncia alla sua impresa. Cosa fa? Si appollaia sulla schiena dell’aquila che lo porta verso l’alto nella luce. Affidarsi alle ali dell’aquila significa affidarsi al Figlio di Dio fattosi uomo, in Lui e con Lui osare l’ascesa. Quali altezze o profondità egli raggiunse? Klaus scrive:

"Il suo Spirito opera nella mia vita, trasforma l’afflizione in speranza, l’angoscia in fiducia, le riserve in amore, il distacco in interessamento, i no in sì. Incompleto, frammentario, continuamente offuscato dalla nube dell’io e delle realtà apparentemente più forti, eppure imponendosi e risultando continuamente come il più forte, Egli è presente. E questa sua presenza nella mia vita e la mia presenza nella sua vita, il suo rapporto con il Padre, al quale posso aver parte nel suo Spirito, tutto quanto prende corpo sulla croce.

Tutto il mio e il tutto di quelli accanto a me e il tutto di coloro che sono lontani da me, Egli l’ha preso dentro di sé. In Lui, nella sua croce, nel suo grido dell’abbandono da parte di Dio, nel suo ammutolire trovo tutto ciò che posso trovare in me e negli altri e nel mondo. Trovo anche la mia incapacità di parlare, la mia lontananza da Dio, tutto. La sua piaga è la porta, nella sua piaga è lui la porta e la via. Levarmi in alto, non ne son capace, almeno non da solo. Ma cadere posso. E se cado, cado in Lui, sono captato dalla sua croce e dal suo abbandono. In quest’ultimo lo Spirito si schiude; in Lui che mi raccoglie e sorregge, si schiude lo spazio; io sono dentro nello spazio tra Lui, il Crocifisso e l’Abbandonato, e il Padre, nello Spirito che sgorga dalla sua piaga.

Il Crocifisso è risorto, lo so; il Padre, tramite il suo Spirito, gli ha dato la propria vita eterna, la nostra vita eterna nella gloria. Ma la piaga rimane nella trasfigurazione, io sono dentro; la mia morte e vita, il mio passato, presente e futuro sono dentro di Lui.

Pregare significa: abbandonarsi nel Figlio e farsi portare da Lui nello Spirito al Padre. Pregare significa: introdursi nel colloquio tra Figlio e Padre nello Spirito, assistere a questo colloquio, poter parlare nel Figlio al Padre, e, in Lui, imparare dallo Spirito il proprio cuore e la propria parola perché si aprano al Padre8."

In momenti di notti oscure la preghiera in Klaus diventava grido e ricordava la preghiera dell’abbandono di Gesù poco prima della morte. Era cosciente che anche in questi momenti ci è dato di conformarci in modo speciale a Colui che ha accolto ogni umana disperazione, trasformandola in redenzione.

"In questo grido tutto ciò che non è preghiera diventa preghiera. Colui che immerge se stesso nell’estrema lontananza da Dio per portarla in sé al Padre, "prega" la disperazione, la lontananza da Dio dell’umanità; "prega" tutti i perché, anzi, per tutte le proteste dell’umanità e riscatta tutte le grida dissolvendole in preghiera (...). Qui incontriamo l’amore che non indietreggia dinanzi a nulla, l’amore al di là del quale non se ne può pensare uno più grande. E noi siamo chiamati a rispondere a questo amore. (…).

Gridati dentro nel suo grido! Ringrazia il suo grido; ringrazia il suo amore sempre più grande con il cantico del tuo amore tanto più grande!9"

La dimensione più profonda della vita di Klaus Hemmerle è stata la preghiera ed ha concluso la sua esistenza terrena pregando.

 

Wilfried Hagemann

 

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1. Klaus Hemmerle, Con l’anima in ascolto, Città Nuova, Roma 1989, 33-34.
2. Id., La luce dentro le cose, Città Nuova, Roma 1998, 211.
3. Ibid., 212.
4. Id., Con l’anima in ascolto, cit., 48-49.
5. Ibid., 217.
6. Id., La luce dentro le cose, cit., 226.
7. Id., Con l’anima in ascolto, cit.,37-38.
8 Ibid., 42-43.9. Ibid., 52-53.