Ricerca di una fede vissuta, autentica, radicalmente evangelica

 

 

Non più un concetto astratto

 

di Brendan Leahy, Roma

 

 

Sotto la superficie di una vita per bene, apparentemente solida e spirituale, si può celare, e non di rado, un vuoto. Non basta il coraggio di riconoscerlo. Occorre soprattutto cogliere i segnali che Dio non manca di offrire. E allora si può innescare un'avventura che non ha più nulla di convenzionale ed è allo stesso tempo, fra tutte, la più umana.

 

Ricordo ancora la prima sera in seminario.

Quel giorno mi sono detto: “Ora basta con l'amore umano. Porta solo delusione. Qui finalmente potrò vivere una vita privata. Aiutare, sì, le persone, cercare di andare d'accordo con tutti, ma niente più!”. Avevo studiato giurisprudenza all'università di Dublino ed ero stato molto impegnato sia nel sociale che in parrocchia. Ora entravo in seminario perché volevo seguire Gesù.
L'esperienza delle prime settimane era entusiasmante. Desideravo tanto diventare un buon sacerdote e sembrava che nulla ormai mancasse a questo scopo. Compagni e superiori mi stimavano e non avevo proprio motivo per essere triste. Solo che pian piano la pace interiore mi venne meno. A scuotermi fu soprattutto un episodio. Assistetti un giorno ad un funerale, in una parrocchia povera della città, dove la percentuale dei praticanti era appena del 15%. La defunta, una giovane donna, aveva lasciato il marito e cinque figli. Il sacerdote, zelante e coscienzioso, nella sua omelia parlò di fede, ma il discorso non riuscì granché a convincere. Interrogativi inquietanti incominciarono allora ad assalirmi: che cosa ha da dire la fede di fronte ad una situazione del genere? E che senso ha la pastorale? Feuerbach aveva detto che Dio non era che una proiezione dell'uomo. Aveva forse ragione?

In quel tempo in seminario alcuni seminaristi si radunavano per un incontro mensile sulla “Parola di Vita”. Cominciai ad andarci e rimasi colpito dalle esperienze, certo piccolissime ma altrettanto concrete, che si comunicavano tra loro. Qualcuna mi è restata impressa fino ad oggi. Un giorno, per esempio, due di loro erano andati insieme a comprare un paio di scarpe. Erano partiti da idee piuttosto opposte ma, giacché entrambi erano pronti a morire l'uno per l'altro e quindi a posporre la propria idea, alla fine avevano trovato un paio di scarpe che sembrava proprio quello che ci sarebbe voluto: buono e a poco prezzo! In quel giorno capii che anche comprare un paio di scarpe poteva avere a che fare con Dio e mi resi conto quanto il mio stile di vita fosse individualista .

Qualche tempo dopo, il vescovo mi propose di continuare gli studi a Roma. Dovetti allora lasciare la famiglia, gli amici, la patria. All'udienza di accoglienza dei nuovi studenti di quell'anno, il Papa ci disse: “Crescete nell'amore di Cristo nel mettere in pratica le sue parole”. A questo invito avertii una particolare chiamata di Dio, ma tutto rimase lì.

 

 

 

Non si può vivere il vangelo da soli

 

Intanto si avvicinava a grandi passi la data del diaconato. Sentii più che mai la spinta di dare tutto a Dio e di non accontentarmi di mezze misure. Ma come fare, se ancora ero alla ricerca di una fede veramente vitale? Dentro mi rodeva un'affermazione colta spesso sulla bocca dei miei compagni del gruppo della “Parola di Vita” a Dublino: “Non si può vivere il vangelo da soli”.

Mentre pensavo a queste cose, venivo invitato da alcuni seminaristi a trascorrere la settimana di Pasqua insieme “solamente per cercare di vivere nell'amore reciproco”. Fu un'esperienza eccezionale: mai avevo vissuto il vangelo con tale intensità. Amare per amare e basta - questa è la grande scoperta. Aiutato dagli altri non era poi così difficile. Provai allora anch'io a vivere fuori di me, proiettato verso gli altri, e cominciai a cambiare certi miei modi di fare. Mi sedevo, per esempio, a pranzo con seminaristi di altre nazioni e mi buttavo a comunicare con loro, anche se non parlavo il tedesco o il francese. E, di riflesso, come mai prima scoprivo l'immenso amore di Dio per me: non ero più orfano. Imparavo a pensare che dietro ogni difficoltà della mia vita si celava una persona che potevo amare: Gesù in croce.

Rientrando in seminario vidi tutto con occhi nuovi: gli occhi dell'amore. Allacciai contatti con persone che prima per qualche motivo mi ripugnavano e mi impegnai a migliorare i difficili rapporti fra i superiori e gli studenti.

Qualche mese dopo, tornato per l'estate in Irlanda, mi ricordo di uno zio col quale la mia famiglia da anni non era più in rapporto. E una voce dentro sembrava dirmi: “Guarda, sei a pochi mesi dall'ordinazione diaconale, e qui c'è un fratello che da 10 anni non visiti perché c'è stata una lite familiare. Se adesso non fai il primo passo non sei degno del nome cristiano”. Presi la bicicletta e feci 50 chilometri per andarlo a trovare. Le sue prime parole: “Eccoti ritornato. Da tanti anni mi domandavo perché non sei venuto”. Fu l'inizio di un cammino che ha portato a ricomporre l'unità nell'intera mia famiglia.

Nel frattempo in seminario ho trovato fratelli veri con i quali ci siamo proposti di vivere alla luce del comando di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri...”. Ho cominciato a mettere in comune con loro la mia vita: esperienze, gioie, preoccupazioni, progetti... E ho capito che al primo posto nella vita non va messo il sacerdozio né programmi pastorali, ma Dio, quel Dio che vive in ogni fratello.

 

 

 

Teologia e vita si richiamano a vicenda

 

E' un'esperienza che getta luce anche sulla teologia e mi permette di ripensarla in chiave unitaria, vitale. Rimango affascinato dalla Lumen Gentium e in particolare della sua visione della Chiesa come “sacramento di unità” e dell'amore reciproco come “legge del nuovo Popolo”. Teologia e vita ormai si richiamano a vicenda: sono grato a Dio per avermi portato verso una vita che mi fa già fare esperienza di questo grandioso disegno. Vedo poi quanto questa spiritualità dell'unità viene apprezzata e fatta propria anche da ortodossi, anglicani, riformati e luterani, e non posso non pensare alla situazione tragica che si vive nel Nord dell'Irlanda. Scopro più in là che al Movimento dei focolari aderiscono anche buddisti, musulmani e addirittura non-credenti. E penso ancora alla Lumen Gentium. Davvero in quest'esperienza il Concilio è realizzato.

Che dire in conclusione? Ormai, per me, Dio non è più un concetto astratto o una realtà solamente spirituale. E' Amore e come Amore lo posso trovare in tutte le cose: nel comprare le scarpe come nel problema sociale, nella vita di pietà, nella pastorale e nella teologia. Ma la migliore sintesi mi sembra essere quella del Papa quando nel 1984 ha visitato per la prima volta il Centro Mariapoli. Sottolineando il tipico stile d'amore dei focolari, Giovanni Paolo II, improvvisando, ha detto: “E' bene che abbiate trovato questa strada, questa vocazione all'amore...: nel mondo di oggi... ci vuole un programma di amore... Ci sono stati nella storia della Chiesa tanti radicalismi dell'amore... quello di S. Francesco, di S. Ignazio di Loyola, di Charles de Foucauld e di tanti altri fino ai nostri giorni. C'è anche un vostro radicalismo dell'amore... Possiamo dire che la vostra evangelizzazione parte dall'amore per arrivare a Dio. Molte volte si comincia da Dio per arrivare, forse, all'amore. Voi avete trovato questa formula meravigliosa, come la formula di San Giovanni: Dio è amore... Se manca questa consapevolezza e questa esperienza, se manca questa grazia, c'è un vuoto. Allora ecco... il pericolo del vuoto nel cuore umano. Voi andate direttamente contro questo pericolo con la vostra esperienza personale: un'esperienza vissuta, che poi si trasfonde agli altri, si irradia sugli altri”.

 

Brendan Leahy