Dal discorso di Giovanni Paolo II al clero di Roma

 

 

Le nostre radici

 

 

Più o meno tutti sono convinti che la ecclesiologia del Vaticano II si riassume più adeguatamente con questa parola: “comunione”. Non con la sola parola “comunione”, ma soprattutto con questa parola. (...) Ma se prendiamo questa parola: “comunione”, si vede che il Concilio Vaticano II, essendo un Concilio soprattutto ecclesiologico, è stato, nello stesso tempo, un Concilio profondamente teologico, e ci ha mostrato la strada indispensabile che guida la Chiesa a Dio, alla realtà divina, al Mistero di Dio, perché Dio è comunione; è comunione perché è amore, ed essendo amore non può non essere comunione. Questo è il suo Mistero, ma questa è la sua profondissima realtà rivelata; senza rivelazione non sarebbe possibile concepire questa verità: che Dio è comunione.

I nostri fratelli delle Religioni non cristiane hanno sì un concetto di Dio “unico”, un concetto “monoteistico”, ma non hanno il concetto di Dio comunione. Questo Dio “comunione”, che è creatore dell'universo, è creatore come comunione; ed è quanto si legge chiaramente nella Rivelazione divina. Il carattere comunionale lo riscontriamo nella creazione. Nel creato c'è l'impronta del suo mistero, della comunione che è Dio; ma soprattutto Dio, essendo comunione, essendo creatore del mondo, (...) è anche “missione”. La dottrina ecclesiologica del Vaticano II ci ha insegnato che Dio è “missione” perché è “missione trinitaria”. Questo Dio non lascia il mondo a se stesso; non permette che questo mondo diventi una realtà separata da Lui. (...) Dio-Amore, Dio-”comunione” si mette in missione. La Chiesa è frutto di questa missione. E' sacramento di questa missione.

Noi portiamo nelle nostre radici questa realtà di Dio che è “comunione” e che è “missione”. Così nasce la Chiesa; nasce la Chiesa nella sua universalità e anche in ogni sua dimensione particolare. (...) Con questa ecclesiologia del Vaticano II noi dobbiamo essere sempre più vicini: misurare sempre più il nostro modo di pensare e di agire. E' qui il ruolo profetico del Concilio Vaticano II per la nostra generazione e per molte generazioni future. Dobbiamo vivere con questa ecclesiologia perché, vivendo con questa ecclesiologia, viviamo con la teologia rivelata, trinitaria, e viviamo soprattutto insieme con il mistero della creazione, con questo stupendo mistero che costituisce il cristianesimo e costituisce la Chiesa: il mistero della redenzione, il mistero pasquale. (...)

Noi dobbiamo essere in comunione molto profonda con Dio per portare avanti la sua missione comunionale, la sua missione divina, trinitaria. Noi dobbiamo essere sempre più in comunione fra noi, uniti fra noi, perché questa è la conseguenza della nostra somiglianza - siamo ad immagine e somiglianza di Dio - della nostra vocazione cristiana. Questo è anche un imperativo della strategia evangelica, missionaria, pastorale.(...)

E' l'unità del Presbiterio e sappiamo bene che la forza si trova nell'unità. Dobbiamo sempre più promuovere questa unità del Popolo di Dio, questa unità dei sacerdoti, del Presbiterio, questa unità con i nostri fratelli e sorelle consacrati. Questa unità con tutti i nostri laici impegnati, e non ci mancano, con i nostri catechisti, con i nostri operatori sanitari, caritativi e tanti altri. Io faccio, quando posso, le visite pastorali a Roma, e vedo più o meno come queste forze siano presenti e crescano. Forse diminuisce il numero anche di quelli che fanno pratica domenicale. Forse questo diminuisce. Ma, d'altra parte, cresce il numero delle persone impegnate. Ci vuole, allora, una unità ancora più profonda, una comunione ancora più profonda di tutti quelli che costituiscono la Chiesa di Roma, la Chiesa viva. Anche davanti al mondo secolarizzato; anzi, a causa di questo mondo, la situazione è analoga a quella dopo la Pentecoste, dopo la Risurrezione e dopo l'Ascensione di Cristo, al tempo della Chiesa primitiva. E' molto simile. Naturalmente il contesto storico è molto diverso. Ma la situazione nostra è molto simile. (...)