Pastorale giovanile nelle esperienze di un giovane sacerdote che ha imparato a

 

Non manipolare le anime

 

Da quattro anni lavoro come viceparroco a Gesti Operaio, una parrocchia di diecimila abitanti, alla periferia di Torino. Dal punto di vista sociale la popolazione non è omogenea: troviamo impiegati, operai, professionisti, dirigenti. Un oratorio attrezzato accoglie ogni giorno numerosi ragazzi che se ne servono come luogo di ritrovo e di svago, data la mancanza di impianti sportivi adeguati in zona.

Al mio primo impatto con questa realtà avevo alle spalle alcuni anni di lavoro in mezzo ai ragazzi. Di fatto mi ero sempre sentito particolarmente portato verso la pastorale giovanile e ad essa mi ero dedicato fin dagli ultimi anni di seminario nella mia parrocchia di origine, alla periferia di Torino, in un difficile quartiere travagliato da problemi sociali. Qui servendomi anche di alcuni elementi della tecnica scout, avevo radunato attorno a me un folto gruppo di ragazzi. Contemporaneamente vedevo pera molti sacerdoti attorno a me scoraggiati, amareggiati dalla routine della vita in parrocchia, e questo mise profondamente in crisi la mia vocazione. Fu l'incontro con un gruppo di preti e laici che si sforzavano di vivere fino in fondo il Vangelo nel contesto del Movimento dei Focolari a darmi il coraggio di proseguire nel cammino intrapreso.

 

Una nuova esperienza

Iniziai cosi un'esperienza nuova di vita cristiana insieme ad altri seminaristi: sempre di più scoprivamo che per dar Dio agli altri bisogna prima di tutto metterlo al primo posto nella nostra vita.

Una delle prime conseguenze fu il toccare con mano da parte mia che il lavoro in mezzo ai ragazzi era più che altro una ricerca del successo personale per sentirmi valorizzato, ricerca nella quale Dio aveva poco posto. S'imponeva una scelta precisa, un « taglio » netto per uscire dal compromesso. Lasciai cosi la mia parrocchia e i ragazzi là conosciuti, per iniziare, sempre come seminarista, una nuova esperienza in una parrocchia diversa, dove non c'era nemmeno un oratorio. Qui le circostanze fecero sì che tutto il mio « apostolato » si riducesse a lavare piatti, fare pulizie e suonare l'organo durante i funerali e i matrimoni, cercando unicamente di salvaguardare un rapporto di carità con tutti. Questo non corrispondeva certo alla figura del sacerdote che mi ero formato, per cui la tentazione di fuggire era forte, ma sentivo di dover restare, e dinanzi a me si apriva in una Luce nuova l'immagine del « Servo Sofferente senza identità », « sfigurato da non sembrar più umano » (Is. 52, 15) di cui parla Isaia.

Una frase del Vangelo di continuo mi ritornava in mente: Amatevi l'un l'altro, come io ho amato voi » (Gv. 13, 34); era questa la misura dell'amore, il principio di ogni pastorale: la « kenosi » di Gesti in croce mi sembrava sempre di più il modello di sacerdozio che dovevo abbracciare. Pochi mesi dopo l'ordinazione il vescovo mi nomina viceparroco nella parrocchia di Gesti Operaio. Per prima cosa mi sforzai di instaurare col parroco un profondo rapporto di unità, cercando di fare da ponte tra lui e i giovani che nutrivano nei suoi confronti una certa animosità. Questo comporta in un certo senso il « perdere la faccia » nei loro confronti; ma non m'interessava essere il leader di nessuno e sapevo che quel che valeva era la carità « ante omnia ». Da questa ricerca continua di mettere Dio al primo posto nei miei rapporti e nelle mie scelte cominciava a nascere un dialogo con alcuni adolescenti e preadolescenti che frequentavano l'oratorio.

Un campo scuola ci sembrò nell'estate il miglior modo per aiutare questi ragazzi a fare un'autentica esperienza cristiana. Tre turni di una settimana accolsero, ciascuno, ragazzi di età diverse (dai 10 ai 1è anni). A questo seguirono ogni anno tre campi, due estivi ed uno invernale, a cui partecipava un sempre maggior numero di ragazzi, fino a raggiungere il centinaio. Ciò che ci impressionava era il frutto che questi pochi giorni portavano nell'animo dei ragazzi. A poco a poco essi scoprivano Dio, se ne innamoravano, fino a fame l'Ideale della loro vita. Mi si domanderà come erano organizzati questi campi. C'e da dire che ogni anno l'impostazione subiva trasformazioni suggerite dalla vita che nel gruppo si sviluppava. Da parte mia l'unica preoccupazione era che tutto quel che si faceva fosse frutto non di iniziativa personale, ma della Luce che nasceva dall'amore scambievole nell'ambito dell'equipe che organizzava il campo, composta da me, da alcuni Gens e qualche giovane. Di fatto il primo « shock » per i ragazzi è sempre il constatare questa armonia tra i dirigenti: Perché non potrei anch'io fare cosi? Si dicono. La vita, infatti, nasce dalla vita. Inizialmente il gioco occupava una parte predominante nel corso della giornata e solo alcuni momenti erano dedicati alla meditazione comunitaria del Vangelo e allo scambio di esperienze. Col passare degli anni, però, i ragazzi stessi avvertivano l'esigenza di prolungare i momenti di comunione e il gioco passava sempre più in second'ordine. L'ultimo campo è stato sotto questo punto di vista una vera sorpresa per me: nonostante la loro vivacità di preadolescenti, tutti i giochi preparati sono stati accantonati e persino a tavola si parlava di Dio e della rivoluzione che il vivere per Lui produceva nell'anima di ciascuno. Naturalmente il campeggio non era un momento isolato, ma sempre di più tendeva a diventare il punto di partenza di un'esperienza che voleva coinvolgere tutta la nostra vita. Tornati a Torino la realtà del campeggio si prolungava perché in incontri settimanali che io stesso tenevo. A mano a mano che nei ragazzi cresceva l'esigenza di una più profonda scelta di Dio, sorgeva spontanea in me l'ansia di aiutarli affinché la vita intrapresa non si spegnesse. E cosi mi trovavo spesso preoccupato, perché ancora una volta pensavo che fossi io e non Dio a dover portare avanti le persone. In questo delicato periodo di prova ciò che mi ha salvato era il potermi confrontare con gli altri sacerdoti. Questo mi rimetteva continuamente in Dio, per cui tornavo in mezzo ai ragazzi con l'animo purificato. Ho capito che non devo strumentalizzare il ragazzo nel volerlo come io lo voglio, ma che devo aiutarlo a maturate nella vita spirituale alla Luce del Vangelo, nella massima liberta, non condizionata dai miei umori e dai miei schemi. Nel mio rapporto coi ragazzi scoprivo che nella misura in cui ci si sforza di vivere solo per Dio, è il nostro stesso essere che parla, divenendo un incitamento a perseverare 'o un incoraggiamento a ricominciare. In tal modo non si crea nei ragazzi una confidenza umana superficiale, ma un rapporto che è insieme semplice e profondo. In questa liberta essi non si sentono giudicati, non hanno paura di perdere la faccia », ma sentendosi amati son sinceri e, magari dopo mesi, ritornano e riprendono l'esperienza interrotta. Ai ragazzi non basta trovare nel prete un amicone »; a precisamente in questo nuovo rapporto che scoprivo il sorgere di una comunione tra « persone evitando un vuoto cameratismo. Questa profonda unità si traduce poi in una sensibilità tutta nuova da parte dei ragazzi. Capita cosi che essi chiedano scusa per essere stati di o freno » alla comunità a causa del loro modo sbagliato di rapportarsi, e che il mio dolore nel vederli stonati diventi anche il loro, e proprio questo e il più delle volte uno stimolo per buttarsi ad amare. E' uno sperimentare in piccolo la dinamica della vita trinitaria che si incarna nei nostri rapporti.

Ciascun gruppetto di ragazzi, mira, infatti, ad un rapporto di profonda unità col responsabile, che è uno di loro, scelto a turno tra quelli più maturi in questa esperienza. A poco a poco mi sono cosi accorto che non devo più seguire personalmente ogni ragazzo per avere o in mano la situazione, ma che devo staccarmi dal come i ragazzi vanno, per approfondire unicamente la mia unità con Dio e con gli altri sacerdoti. La maturazione dei ragazzi e stata quindi anche una maturazione del mio cristianesimo, cosi come le loro crisi in fondo sono sempre radicate su una mia crisi.

La tentazione del clericalismo

Soprattutto l'ultimo campo scuola mi ha aiutato ancora una volta a fare un salto nell'essenziale. Mi sono accorto che l'unita con gli altri sacerdoti con i quali condividevo lo stesso impegno di vita veniva meno proprio perché coi ragazzi mi trovavo meglio. Succedeva anche che agli incontri settimanali tra sacerdoti arrivassi carico dei problemi e dei successi del mio lavoro tra i giovani, e questo ostacolava la piena comunione tra noi. Sapevo in teoria che non è il fare molto che conta, ma il come si fa; tuttavia la tentazione di strafare per conto mio ritornava sempre. A questo punt0o capito che il vero clericalismo non e vestire, parlare, muoversi, in questo o quel modo, ma è una tentazione più profonda che si traduce in un voler « lavorare » le anime per possederle e manipolarle secondo i nostri schemi. Il ragazzo vuole che il prete gli dia Dio e non se stesso. Dio è comunione, Agape, Amore; concretamente quindi si è trattato di buttarmi con nuovo slancio nella vita di comunione con gli altri sacerdoti, perdendo in loro il mio stesso apostolato, affinché ne uscisse veramente la volontà di Dio e non la mia. II risultato è stato un'esperienza di Dio travolgente per i ragazzi e per me. Questo ha rivoluzionato ogni schema di impostazione di gruppo che avevo in precedenza. Se Dio a comunione, e nella comunione che si trova Dio, quindi io ho perso la falsa preoccupazione di seguire ad ogni costo ciascun ragazzo, cosa del resto umanamente impossibile. Loro sanno che vanno a Dio nella misura in cui vivono in comunione col proprio gruppo e all'interno del gruppo con il ragazzo che fa da responsabile. A questo e lasciato tutta la parte organizzativa ed anche la soluzione di certi casi dei ragazzi, nei limiti del possibile, indirizzando a me i casi più delicati. Nella misura in cui io sono libero da tutto facilito il loro incontro con Dio, e in Dio si attua l'unita dei gruppi tra loro, al loro interno, e la comunione di ciascun appartenente ai gruppi con me. II continuo confrontarsi con l'altro e con la Parola di Dio è la garanzia per tutti di trovare in ogni situazione una Linea cristiana di azione. E come o l'acqua non può non bagnare e il fuoco non bruciare », cosi i singoli gruppi non possono non proporre l'Ideale che stanno vivendo, per cui, senza particolari tattiche apostoliche, un grande numero di ragazzi viene avvicinato nell'oratorio, nella scuola, nel quartiere. L'attività non si riduce all'incontro settimanale, ma ogni occasione è buona per stare insieme.

Fin dal mattino, il ritrovarsi in chiesa a piccoli gruppi è un'occasione per impostare la giornata alla luce della Parola di Dio. In oratorio, poi, gruppi di ragazzi passeggiano insieme per comunicarsi le loro esperienze: frutto non di un'imposizione, ma dell'esigenza di essere uniti per andare insieme contro corrente, in una società che si muove su un piano di valori opposti. Questo capita anche a scuola: è un ricercarsi spontaneo per dirsi come si sta andando. Diventa un desiderio di far famiglia con tutti, per cui alcuni sentono l'esigenza di scrivere le loro esperienze. Questo porta a far circolare la vita. Non basta più un'attività parrocchiale, ma spontaneamente nasce il desiderio di conoscere altri gruppi e comunità, per uno scambio di esperienze, per sentirsi più Chiesa, più corpo con tutti. Senza programmazione a priori, incontri interparrocchiali sono nati dalla vita, sbocciando in rapporti che hanno arricchito tutti. La realtà della Chiesa universale ci sta cosi entrando profondamente nel cuore.

F. G.