Aspetti comunitari della vita cristiana

 

La presenza di Gesù tra noi

di Pasquale Foresi

 

Presentiamo questo testo che ci offre la radice neotestamentaria della presenza di Gesù “dove due o tre sono uniti nel suo nome”, con un approccio biblico-teologico e, allo stesso tempo, con la freschezza e la semplicità del Vangelo. Presenza che, grazie ai documenti del Concilio Vaticano II, è venuta sempre più in rilievo nel magistero della Chiesa.

 

 

Vorrei meditare con voi su quell’aspetto della nostra spiritualità che è una caratteristica fondamentale del nostro Movimento: la presenza di Gesù nella comunità. È un tema assai difficile.

Fino al Concilio Vaticano II, rarissimamente si trova accennata la frase del Vangelo «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

Eccettuato il Concilio Calcedonense (cf PL 54, 959), durante tutta la storia della Chiesa, nei più solenni documenti conciliari, non si è quasi mai citata questa frase.

Nel Concilio Vaticano II si può dire invece che non c’è documento che non accenni a questa idea fondamentale.

La si trova nella Costituzione sulla Sacra Liturgia (cf SC 7), nel Decreto sull’apostolato dei laici, dove si dice appunto che il motivo per il quale è bene che i laici si uniscano per l’apostolato deriva dalla promessa di Gesù: «Dove sono due o tre riuniti nel nome mio, io sono in mezzo a loro» (cf AA 18). La si trova nel Decreto sul rinnovamento della vita religiosa (cf PC 15).

Senz’altro si può dire che quest’idea è stata l’anima del Concilio soprattutto nell’enunciazione della collegialità (cf il capitolo III della Lumen Gentium).

[…] Ma vorrei con voi vedere più chiaramente il significato di questa dottrina, cercando di coglierla così come è sparsa qua e là nel Vangelo.

Rapporto con Dio e col prossimo

Eccone un primo esempio: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono»  (Mt 5, 23-24).

Troviamo questo brano nel discorso della montagna, ove Gesù ha cercato di far comprendere che la sua rivelazione era nuova, vero completamento della rivelazione precedente.

Prima di queste parole, Gesù aveva detto: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5, 21-22). Dopo di che, noi ci saremmo aspettati che continuasse: Se dunque tu avrai offeso tuo fratello, prima di andare all’altare a consegnare la tua offerta, va’ a rappacificarti con tuo fratello. E invece no. Il Vangelo infatti così si esprime: «Se… ti ricordi che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua offerta davanti all’altare, e torna prima a riconciliarti con il tuo fratello». Gesù non ci dice: Se hai offeso tuo fratello, rappacificati – il che è ovvio –; ma «se il tuo fratello ha qualcosa contro di te» vai a far pace.

[…] Ebbene, Gesù vuole farci capire che nel nostro rapporto con Dio, il nostro rapporto con il prossimo è importante, non è estraneo a esso.

Prima di poter andare a Dio, dobbiamo aver stabilito una certa fraternità fra noi, superando quelle fratture che si hanno non solo quando io manco verso mio fratello, ma anche quando il mio fratello manca contro di me per un motivo futile, per motivi non giustificati: ecco, io devo presentarmi a Dio in certo modo già unito con mio fratello. […]

Perché è superfluo il giuramento?

Sempre nel Vangelo di Matteo, troviamo un’altra frase interessante: «Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno» (Mt 5, 33-37).

Anche queste parole sono apparentemente un po’ misteriose. […] Ed ecco la spiegazione degli esegeti: Gesù qui non ha tanto dato un indirizzo al singolo, ma ha voluto che la comunità cristiana sia tale che il giuramento vi risulti superfluo, ha voluto che ci sia una tale verità vissuta fra i cristiani che basti dire: «sì, sì, no, no»; infatti, rafforzare una affermazione col giuramento dipende o dal fatto che l’altro non ti crede o dal fatto che tu qualche volta non hai detto la verità. Perciò Gesù dice: «il di più viene dal Maligno», perché viene appunto dalla diffidenza o da una tua mancanza di verità.

Perciò anche questa breve frase ci indica come Gesù desideri che il cristianesimo sia vissuto così profondamente e comunitariamente, da rendere inutili quelle forme che sono il tono di rimedio alla disunità nella comunità.

I rimedi si potranno usare, certo, ma saranno allora un segno che i cristiani non vivono pienamente insieme il cristianesimo. […]

Il perdono incomprensibile senza il legame

Passiamo a un’altra frase, nel Padre Nostro: «e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6, 12).

[…] Questa preghiera sarebbe incomprensibile, senza la realtà del legame con i miei prossimi: infatti, se fossi indipendente dagli altri nel mio rapporto con Dio, sarebbe meglio che Dio mi perdonasse tutto, così dopo io sarei facilitato a perdonare agli altri. Gesù invece vuole che chiediamo che i nostri debiti ci siano rimessi come noi li rimettiamo ai nostri debitori, perché ciò è più giusto, più costruttivo, più utile.

[…] Questo significa che c’è fra me e l’altro un legame grandissimo, profondo: significa che dobbiamo andare insieme verso Dio.

La nostra preghiera dovrà essere espressione della nostra comunione con gli altri, e anzi solo allora sarà vera preghiera e sarà accettata e ascoltata.

Gesù insomma ci fa sempre meglio capire che dobbiamo considerarci collegati gli uni con gli altri.

Una frase con idee analoghe, la troviamo ancora nel Vangelo di Matteo: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi» (Mt 7, 1-2).

È un’esortazione che Gesù ci fa, ma anche questa molto seria; nella misura con la quale ci saremo comportati con il prossimo, Dio si comporterà con noi.

C’è quasi un’identificazione tra il mio rapporto con il prossimo e quello con Dio: Dio si comporta con me come io mi comporto con il prossimo. Anche qui si intravede una certa identificazione fra Dio e il prossimo. E inoltre, viene ripetuta, come nelle parole del Padre Nostro, una equivalenza fra me e il prossimo.

Gesù è in mezzo a noi solo nella preghiera?

Troviamo poi un altro brano dove più chiaramente ci avviciniamo al mistero della presenza di Gesù fra noi: «In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà» (Mt 18, 19).

[…] È una frase molto conosciuta: ciò che va notato è la spiegazione che segue. Perché sarà concessa ogni cosa? Perché: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

Inoltre notiamo che Gesù non è presente in mezzo a noi solo nella preghiera; il motivo infatti, accennato nel Vangelo come motivo dell’ottenere, è l’unione nel suo nome. Evidentemente, anche quando si è uniti nella preghiera egli è presente, e per questo ciò che viene domandato è ottenuto. […]

L’amore è pieno nella reciprocità

Gesù, continuando a rivelare tutto il messaggio evangelico sugli aspetti comunitari della nostra vita cristiana, ci ha dato un’indicazione che è il riassunto di tutto il suo insegnamento: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15, 12); «Questo io vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15, 17).

Finora Gesù, che cosa aveva insegnato dell’amore? Aveva detto di amare Dio e aveva detto di amare il prossimo. Ma adesso che si tratta di dare, dell’amore, il suo precetto, Gesù non dice più d’amare Dio o d’amare il prossimo; non dice più soltanto di vedere lui nel prossimo; non dice più soltanto di vedere nei lontani il prossimo. Quando si tratta di specificare come è il suo amore, come vuole che sia l’amore cristiano, dice: «Questo è il mio comandamento, che vi amiate gli uni gli altri». Gesù esige che il nostro amore sia un amore comunitario, non solo un amore mio personale verso Dio o un amore mio personale verso il prossimo, perché il mio amore verso il prossimo non arriverà alla sua pienezza, non arriverà alla sua completezza, fin tanto che questo amore non sarà reciproco. […] il nostro amore, se non è un amore reciproco, non è quello perfetto, cristiano, che Gesù esige da noi.

Eppure la nostra mentalità si è talmente radicata nel pensiero di un andare personale singolo a Dio e nel vedere gli altri come semplici mezzi per la nostra santificazione, che dobbiamo proprio spogliarci del nostro vecchio modo di pensare.

Questo è il punto più alto di tutta la rivelazione, quanto ai comandi di Gesù che noi dobbiamo attuare; infatti egli dice: «questo è il mio comandamento»: vi è sintetizzato tutto quello che Gesù aveva fatto intuire precedentemente, in tutti gli altri insegnamenti già dati.

Ma per noi tutto ciò sarebbe rimasto ancora misterioso. Per questo la rivelazione ci dona altri lumi.

Profondità comunionali della rivelazione

Nel Vangelo di Giovanni, dopo aver parlato del suo precetto fondamentale, continua col dirci: «Io sono la vite vera […] Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Gv 15, 1-6).

Dopo aver espresso il suo comandamento, Gesù spiega le profondità più misteriose della rivelazione, e adopera questa immagine, assai familiare ormai per noi, di lui che è una pianta, la pianta della vite, e dei cristiani che sono innestati in questa pianta e sono i tralci, per cui tutti si vive del succo unico che c’è in questa pianta, che è Cristo e che ci dà tutta la linfa divina.

L’immagine ci fa comprendere di essere innestati nella vita divina che è in Gesù, e di essere uniti fra noi da questa linfa divina, come i tralci, i rami della vite che sono uniti al tronco.

Incominciamo adesso a capire il perché di quegli insegnamenti che Gesù aveva annunziato. […] Gesù ci dà la spiegazione di questo: siamo come un’unica pianta, vivono della stessa vita sia i fedeli fra loro, sia i fedeli con Cristo.

Questa è già una gran luce rivelatrice.

Membra gli uni degli altri

Ma Gesù ha voluto darcene una ancora maggiore, attraverso l’insegnamento di san Paolo.

Come voi sapete, san Paolo ha presentato la nostra vita cristiana come quella di un corpo, dello stesso corpo di Cristo, e ha detto: il capo è Cristo, tutti i cristiani sono le membra di questo corpo. «Così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo»  (Rm 12, 5). E in un altro passo, dice: «Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1Cor 12, 27).

[…] Io, sì, sono un singolo, mantengo la mia personalità e individualità anche nell’andare a Dio; però io e il prossimo ormai siamo così congiunti dalla linfa divina, dalla vita di Dio, che siamo un’unica realtà.

«Dove sono due o tre…»

[…] Prima ancora di rivelarci che siamo un’unica vite, prima ancora di rivelarci che c’è un’unica vita divina che ci pervade tutti, prima di rivelarci che siamo un corpo e che questo corpo è il corpo di Cristo, Gesù ci aveva detto tutto questo con l’altra frase: «Dove sono due o tre riuniti nel nome mio, ci sono io in mezzo a loro». Anticipava quel che avrebbe rivelato più pienamente.

Mentre in san Paolo e nell’immagine della vite coi tralci ci si dà una spiegazione un po’ distaccata da noi, perché più generale, nell’affermazione: «dove due o tre sono adunati nel nome mio, ci sono io in mezzo a loro», ci vien data l’applicazione completa, precisa di tutta la dottrina cristiana e ci viene chiarito che cosa significa essere un sol corpo: dove due sono uniti nel suo nome c’è Gesù.

Quando siamo uniti nel suo nome c’è Gesù presente, perché chi unisce è Cristo, né potremmo essere uniti se non ci fosse Gesù: ipso facto, se siamo uniti, vuol dire che c’è Gesù in mezzo a noi.

Quante profondità in questo passo del Vangelo! C’è tutto il mistero della Chiesa, tutto il mistero del Corpo mistico; e tuttavia ciò si può vivere adesso, in questo momento: infatti, il mistero della Chiesa è una realtà che ci riguarda sempre, non solo quando andiamo in chiesa o quando riceviamo il battesimo; riguarda ciascuno di noi, sempre, tutti i giorni.

Ebbene, noi tutti dobbiamo fare una conversione, la conversione di noi cristiani di questo tempo. Molte volte pensavamo che tutta la vita religiosa consistesse nel solo rapporto personale fra noi e Dio, e certamente questo è importante. Dobbiamo fare questa nuova scoperta: tutta la vita cristiana consiste anche nel rapporto fra me e il prossimo, e in questo rapporto fra me e il prossimo io trovo Dio e posso andare a Dio.

La risposta ai più grandi problemi dell’umanità

[…] Una persona, un giovane, una giovane, che pensa ai problemi che non siano quelli di tutta l’umanità in quanto tale, che pensa ad esempio al suo avvenire, alla sua famiglia, ai suoi dolori, alle sue preoccupazioni, alle sue difficoltà, questa persona molte volte non sa che questi stessi dolori sono l’espressione di tutto il travaglio che la circonda; quel suo problema particolare non è altro che una risonanza, una eco di tutto il disordine, di tutta la sofferenza che c’è intorno e in cui ciascuno si trova immerso.

I grandi problemi dell’umanità non è che non ci toccano: ci toccano invece da vicino, spesso, attraverso dei problemi che ci si presentano come personali e limitati. Ciascuno di noi, ciascuno di voi, ha sentito questi dolori; mentre per certe altre persone, già i problemi dell’umanità, i problemi sociali, si identificano con i problemi personali. Oltre al problema sociale, del rapporto con la moltitudine, del rapporto con l’umanità, un altro grande problema affligge oggi l’umanità: poter trovare il rapporto di ciascuno con se stesso.

Questo travaglio viene espresso da tutte le filosofie individualiste ed esistenzialiste. Mentre gli altri tormenti sono espressi dalle dottrine intorno alla socialità, questo travaglio viene espresso nella filosofia, nella teologia, nel pensiero e nella letteratura in una ricerca di sé, in una ricerca per trovare l’autenticità del proprio essere, del proprio io, il significato della propria esistenza, di ciò che uno è. E anche questo è un grave tormento per molte persone.

Se in noi questo tormento non si presenta sempre come una forma di pensiero, si presenta ugualmente sotto forma di sofferenza, di una certa disunità interna che sentiamo, di un non corrispondere a quello che vorremmo essere, di non riuscire ad essere quello che si dovrebbe essere: tutti abbiamo fatto esperienza della coscienza di questa lacerazione.

Quando qualcuno ad un certo momento scopre il cristianesimo nei suoi aspetti comunitari, tutti i suoi problemi personali e sociali trovano una soluzione, soprattutto quando si arriva al contatto vivo con una comunità che realizzi tali ideali.

[…] Questo è perciò quel che l’umanità di oggi aspetta. La soluzione del problema della nostra autenticità, della nostra identità interiore, unità interiore che ritroviamo nell’unità con Dio, nel donarci a Dio, nel ritrovarci in Dio. E intanto si risolve così anche l’altro problema, quello del rapporto con gli altri, poiché abbiamo visto come Dio ami identificarsi proprio con il prossimo.

Questa scoperta noi dobbiamo donarla a tutti, questa è la vocazione dei cristiani.

Pasquale Foresi

 

Da: Dio ci chiama.
Conversazioni sulla vita cristiana,
Città Nuova, Roma 2003,
nuova edizione riveduta e corretta, 45-56