Il mio incontro con la via dell’unità
Bruna Tomasi, tra le prime compagne di Chiara Lubich, ha visto nascere il Movimento dei focolari a Trento e Roma e ha cooperato per la sua diffusione specialmente in Germania e in Africa. Nelle risposte all’intervista che i seminaristi le hanno fatto, qui trascritte rispettando lo stile del racconto spontaneo, ha illustrato non soltanto la novità di un cammino verso Dio in unità, ma ha riferito pure la sua personale esperienza degli effetti della presenza di Cristo fra quanti fanno del suo amore la chiave dei loro rapporti.
Tu hai conosciuto Chiara nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale. Che impressione ti ha fatto?
Nella festa dell’Immacolata del 1945 sono andata a Messa e subito dopo la comunione mi sono raccolta e ho detto alla Madonna: «Tu sei sempre stata la mia mamma e io oggi ti chiedo un dono: riempi il mio cuore di qualcosa per cui valga la pena vivere».
Poi sono tornata da Padova, dove mi trovavo per motivi di studio, a Trento, per le vacanze natalizie. Là ho incontrato una mia carissima amica e abbiamo fatto una lunga chiacchierata nella quale le ho manifestato le mie insoddisfazioni e tante altre cose che si sperimentano nella giovinezza. Lei mi dice: «Ma tu non vorresti conoscere le mie nuove compagne?». E in breve tempo mi presenta a Chiara.
L’incontro con Chiara è stato semplicissimo. Lei mi ha guardata, mi ha salutata e poi mi ha detto: «Sei contenta?». Non ho risposto. E allora Chiara ha cambiato argomento e ha detto: «Vorresti venire con noi? Andiamo in chiesa a pregare il Rosario». Così ho conosciuto il primo gruppo di quelle che più tardi sarebbero state chiamate “focolarine”.
Dopo la preghiera ci siamo raccolte in una sala vicino alla chiesa e lì ho notato che quel gruppo di ragazze tutte unite attorno a Chiara ascoltavano le esperienze che lei raccontava. Quale la mia impressione di questo gruppo? Ricordo che ho detto: «Quelle sono persone che hanno veramente un profondo rapporto con Dio».
Nei suoi racconti Chiara ha accennato a certe cose che mi hanno toccata profondamente. Per esempio diceva che, a Dio bisogna dare tutto, anche lo studio. Io stavo finendo gli studi, e mi sono chiesta come avrei potuto fare. Mi sono arrangiata dicendo a me stessa: «Da’ tutto a Dio, cioè accelera gli studi per terminarli al più presto possibile». E così ho fatto. Dopo pochi mesi mi sono laureata e sono tornata definitivamente a Trento.
Quando qualcuno mi chiede: «Ma che cos’è che ti ha impressionato di più dell’incontro con Chiara?», rispondo: «La luce!». Io ho visto una grande luce e ho seguito questa luce e ho sfruttato quelle settimane di vacanze natalizie per fare un’immersione in questa nuova vita.
Ricordo che sulla via del ritorno mi sono ricordata della richiesta che avevo fatto alla Madonna nel giorno dell’Immacolata e ho detto: «Allora questa è la tua risposta! Grazie, Maria!».
Un ideale che dilata il cuore sull’umanità
Quando hai scoperto la realtà di Gesù in mezzo, cosa è cambiato nella tua vita?
Io ero vissuta da cristiana e dalla prima comunione avevo sempre mantenuto con grande fedeltà il rapporto con Gesù Eucaristia. Era una vita cristiana che non andava molto oltre la cerchia familiare: le mie sorelle, mio fratello, la mamma, il papà e basta. Avevo un mio regno, un mio mondo, dove cercavo di vivere come Dio voleva. Avevo una mamma molto religiosa, molto pia, che tutti i giorni andava a messa e faceva la comunione, perché era convinta che senza Dio non si può iniziare la giornata. Poi in famiglia c’erano tante belle cose. Per esempio: quando uscivamo di casa si salutavano i genitori e gli altri con le parole: «Sia lodato Gesù Cristo!». E loro rispondevano: «Sempre sia lodato».
L’incontro con Chiara cosa ha portato di nuovo in me? Era come se qualcuno avesse spalancato il mio piccolo mondo e al suo posto ho trovato l’umanità. Perché Chiara ci ha sempre detto che si deve amare tutti, che si deve amare per primi. Era un cristianesimo nuovo per me, un cristianesimo a dimensioni mondiali. Questo è stato il primo dono che ci ha fatto Chiara, mettendoci subito in moto: amare, fare la volontà di Dio.
Ci ritrovavamo insieme ogni giorno e lei ci portava un pensiero, un approfondimento della spiritualità. Un giorno ci parlava di “Dio Amore”, un’altra volta della “volontà di Dio”, di quello che ci aveva insegnato Gesù: avere un solo Padre ed essere tutti fratelli. Già all’inizio lei ci dava quello che ha portato poi in tutti gli ambiti, anche nella politica, come la fraternità universale. Ci spiegava come vivere in rapporto d’unità tra noi e come stabilire l’unità con tutte le persone, le più varie. È stata tutta una scuola per entrare man mano nella spiritualità. Era un periodo meraviglioso.
Non si parlava tanto di Gesù in mezzo, ma dell’unità come il sogno di Gesù da realizzare. Di Gesù in mezzo Chiara ne parlava indirettamente. Diceva: «Cos’è l’unità? L’unità è Gesù». Quindi cercare di “essere uno” fra noi. E “uno fra noi” voleva dire “vivere l’altro”, amare l’altro. Essere quell’amore che Gesù ci ha insegnato, un amore pronto a morire per l’altro.
Il momento esatto in cui Chiara ci ha parlato di Gesù in mezzo non lo ricordo, mentre ricordo bene quando lei ci ha parlato di Gesù abbandonato perché mi ha chiamata e mi ha detto: «Adesso ti do un segreto e il segreto bisogna tenerlo dentro». Questo segreto era Gesù abbandonato.
Un giorno i miei familiari mi hanno detto: «Bruna, che cosa hai per la testa?». Dicevano infatti fra loro: «Quella lì ormai va per strade proprie». Ed era vero, perché coglievo tutti i momenti possibili per stare con quel gruppo. Dicevo a mia madre: «Non hai bisogno che io vada a prendere il latte?». E col suo permesso partivo. Al ritorno mi chiedeva: «Ma ci voleva proprio tanto tempo per prendere il latte?». «Sai, mamma, sono andata in città perché lì il latte è più buono». In realtà andavo in città per incontrare Chiara. Quante “bugie”! Ma mia madre ha capito che avevo altri interessi e m’ha lasciato fare. Ma perché questo desiderio di incontro? Per sperimentare quell’atmosfera umanamente inspiegabile, tanto era bella.
La gente, vedendo il cambiamento delle nostre vite, ci diceva: «Anche noi vogliamo vivere quel che voi vivete». In questo modo si è costituita la comunità di Trento, poi altre ancora in tutto il Trentino. E ci siamo messe a girare in tutti i villaggi della nostra regione e siamo arrivate a circa centocinquanta villaggi che regolarmente visitavamo e dove sono nate altre comunità: persone che insieme cercavano di vivere il Vangelo, di amarsi e realizzare l’unità. Questi erano un po’ i capisaldi su cui ci si muoveva, amando Gesù abbandonato perché il dolore ci accompagna sempre.
Il nascente Movimento nel cuore della Chiesa
In quei tempi, come hanno reagito i sacerdoti di fronte al fiorire di questa nuova vita evangelica?
La gente semplice, quando noi raccontavamo le nostre esperienze, sentiva che erano vere e diceva: «Anche noi vogliamo vivere così». E noi ci prendevamo cura di tutti quelli che avevamo conosciuto: li incontravamo e portavamo esperienze nostre e degli altri in modo che potessero anche loro vivere il Vangelo in questo modo.
Il rapporto con i sacerdoti avveniva soprattutto nella Messa, nella confessione… Avevamo rapporti con tutti i sacerdoti preposti alle diverse parrocchie. Essi forse hanno capito meno, perché era un po’ difficile orientarsi davanti a questo nuovo gruppo che portava delle grandi novità rispetto alla mentalità corrente. Noi non volevamo portare novità, volevamo semplicemente vivere il Vangelo, ma il Vangelo vissuto è sempre una grande novità. E non tutti i sacerdoti e i laici capivano i motivi profondi che ci spingevano a vivere in questa maniera.
Chi invece ci ha capiti quasi subito è stato l’arcivescovo di Trento. Egli si è informato, ci ha interrogate e ha concluso che era una cosa vera, valida, buona. E allora ha incominciato a sostenerci al punto tale da darci un assistente, che era il parroco della parrocchia principale di Trento, monsignor Revoldi. Questi all’inizio non capiva granché di quello che facevamo, ma vedeva che eravamo sempre contente. Alla fine ha compreso ed è diventato per noi un padre e ci ha voluto un bene immenso.
Da parte sua l’arcivescovo ha voluto scrivere una lettera intitolata: “A chiunque”. E in questa lettera ad un certo punto si augurava che i focolarini diventassero legioni. Oggi possiamo dire che il Signore Dio lo ha ascoltato.
Da Trento siamo arrivate a Roma, a Firenze, in Sicilia, a Torino, a Milano. Allora l’autorità della Chiesa ha avvertito l’obbligo di conoscerci meglio, di rendersi conto di questa vita nuova e negli anni ’50 abbiamo avuto tante occasioni di incontri, di precisazioni.
Ricordo quando Chiara è andata da mons. Montini, allora sostituto nella Segreteria di Stato, e gli ha raccontato dell’Ideale dell’unità. Lui ne è rimasto entusiasta e ha osservato che in questo carisma c’era la forza per riedificare la Chiesa dalle fondamenta, ma anche per distruggerla. Egli era conscio dell’importanza dell’unità, perché o tu sei unito alla Chiesa e sei Chiesa o ti metti contro la Chiesa e allora la distruggi. Montini ha avuto sempre un’attenzione particolare a tutta la nostra attività prima che diventasse Papa e anche dopo. Nel 1962 siamo stati approvati dalla Santa Sede e il nostro cammino è stato facilitato.
Gesù in mezzo nel quotidiano
Puoi raccontarci un’esperienza di Gesù in mezzo particolarmente significativa?
Racconto prima un esperienza negativa. Un giorno stavamo facendo un lavoro un po’ complicato e ad un certo punto è venuta meno tra noi la carità. A volte bastano piccole cose perché la carità venga meno. Ricordo che abbiamo concluso dicendo che non c’era il clima per prendere delle decisioni ed era meglio soprassedere. Ognuna di noi è andata via per proprio conto. Io mi sono detta: «Mio Dio, ma come si fa senza Gesù in mezzo?». Dopo aver provato tante volte la gioia della presenza di Cristo fra noi, in quel momento mi sembrava invece di provare l’inferno. Veniva da dire: «Ma in fondo io non ne ho colpa, perché quella risposta che mi è stata data non mi sembra dettata dalla carità». Potevo anche aver ragione, ma avere Gesù in mezzo era ben più importante. Mi sono chiesta cosa fare. L’unico modo era fare una telefonata. Ho deciso di chiamare la mia compagna e chiedere scusa. E lei: «Ma sono stata io che ho mancato…». Tutte e due stavamo soffrendo per la mancanza di Gesù in mezzo a noi. Naturalmente nell’incontro successivo c’è stata un’esperienza così forte di unità da farmi constatare che la presenza di Gesù tra noi è una vera fortuna, mentre la sua assenza è proprio una disgrazia.
In realtà, Gesù in mezzo l’ho sperimentato e goduto sin dai primi anni di focolare, perché ad un certo punto Chiara mi ha detto: «Vieni nel mio focolare». Ricordo che avevo l’impressione di trovarmi in un’atmosfera di Cielo. Bello, bello, tutto bello. Una gioia, una pienezza di vita, una luce, perché Chiara col suo amore, col suo incoraggiamento, col suo essere, creava e custodiva Gesù in mezzo in questa piccola comunità. Io dicevo: «Ma qui è il Paradiso!». Naturalmente ero da poco in focolare, quindi non sapevo che tante volte si può anche diventare parassiti di Gesù in mezzo: godere dell’unità costruita dagli altri senza fare la propria parte. Man mano ho imparato a dare anch’io tutto il mio contributo.
Sono stati gli anni più belli della mia vita. Primo perché ho potuto ammirare lo sviluppo di un’Opera di Dio, ho visto nascere tutta l’Opera di Maria. Era per me un periodo meraviglioso, anche perché potevo dire: «Questa famiglia che sperimentiamo tutti i giorni, chi mai potrà togliercela dal cuore?».
Dopo dieci anni Chiara mi ha detto: «Adesso è ora che tu vada da un’altra parte». E mi ha mandata in Germania, dove dovevo affrontare diversi problemi: la lingua, la mentalità differente, il problema ecumenico, ecc. Eppure mi ricordo che quando mi sono trovata lì ho pensato: «Cosa devo fare? Io devo fare in modo che ogni focolare sia come quello di Chiara, perché se c’è quella presenza di Dio, tutto il resto sarà semplice».
È stata questa la mia occupazione: creare rapporti veri nel senso più autentico, facendo sì che le persone fossero pronte a morire l’una per l’altra. Questa è stata la linea che mi ha guidato in tutti questi anni: venticinque in Germania e poi ventitrè anni in Africa.
A cura della redazione