Quando nella Chiesa nasce un nuovo carisma, esso
lascia la sua impronta anche nelle case e nel modo di vestire dei suoi membri
di
Chiara Lubich
I
grandi carismi sorti nella Chiesa – anche quelli che hanno iniziato la loro
vita nelle grotte come gli asceti o nelle capanne come i francescani – hanno
poi sviluppato un loro stile sia nell’architettura che nel vestito, in
conformità ai bisogni del loro tempo, dando quasi sempre un contributo
determinante allo sviluppo dell’arte. Infatti la maggior parte delle opere
d’arte in ambito cristiano sia in Oriente che in Occidente sono dovute allo
spirito che animava ognuno di questi carismi. Anche il Movimento dei focolari
ha una sua visione della casa, del vestito e degli edifici sacri, in sintonia
con il proprio carisma e con le esigenze più autentiche del nostro tempo. Ce ne
parla Chiara Lubich in questa conversazione da lei preparata, come tema di
approfondimento per i membri del Movimento dei focolari, durante quest’anno.
Padre Tommasi, che ci seguì nei primi tempi del Movimento dei focolari per incarico del nostro vescovo di Trento, mons. Carlo de Ferrari quando si incominciava a intravedere, nella luce che ci guidava, un dono dello Spirito, affermò che l’Ideale dell’unità è come «un carisma che Dio ha buttato sulla terra, un dono che regola una società sul modello della Santissima Trinità».
Aveva centrato. È così. Il nostro ideale è il Corpo mistico di Cristo attuato, vissuto. I sette aspetti della carità, che contraddistinguono la nostra spiritualità, sono modi diversi di vedere questa realtà, almeno per come è realizzata da noi, nel nostro Movimento.
Se il primo aspetto la guarda come comunione fra tutte le membra che la compongono, il secondo la contempla nell’irradiazione che emana. Se il terzo ne osserva il radicamento in Dio delle sue singole membra e del tutto, il quarto la considera in Colui che lega un membro all’altro: Cristo fra loro.
Il quinto – ed è quello su cui ci soffermeremo quest’anno – approfondisce la realtà del Corpo mistico nell’articolazione d’ogni membro con l’altro e di tutti col Capo, Cristo.
È questo l’aspetto che noi, per semplificare e ricordando l’arcobaleno, chiamiamo “azzurro” o “ecclesia”.
Per esso si vede il Corpo mistico come Chiesa, si considerano anche le chiese di mura che lo accolgono, le case che lo ospitano, le vesti che ricoprono le sue membra.
Il sesto e settimo aspetto sono la Sapienza e l’Unità.
La
bellezza di Maria
Scrivevo nel 1955, dodici anni dopo la nascita del Movimento dei focolari: «Cosa formano tutti questi aspetti messi insieme? La bellezza di Maria, dell’Opera di Maria, l’otre nuovo che contiene lo spirito nuovo che il carisma ci ha donato. Sono come un cantico nuovo che riecheggia in tutte le piccole o grandi comunità del Movimento: nei focolari, nei nuclei, nelle unità, nei vari Centri, nelle Cittadelle. Ma anche nei convegni, nei congressi, ecc.».
Questi aspetti, quando sono nati, sono apparsi come le prime linee della celeste struttura dell’Opera nostra e sono stati presenti subito nel piccolo statuto che, allora, chiamavamo regola. Statuto, regola, del quale sin d’allora lo Spirito Santo ci ha sottolineato l’importanza, il valore.
Sempre nello scritto citato si legge: «Dicono alcuni che la regola limita... (invece no). La regola incanala lo spirito in modo che non sbandi, come una fiammella che, se non è raccolta in un focolare, si spegne al primo soffio di vento.
E la regola per noi significa tirar le fila, consumarci in uno e rendere conto, a chi ci rappresenta Gesù (sulla terra), del nostro particolare perché fa e perché faccia parte dell’insieme».
Guardando
alle origini:
semi di una nuova cultura
Ma torniamo al tema. E andiamo per ordine.
I primi tempi, se lo Spirito Santo ci ha subito fatto intuire la grandezza e vastità dell’Opera, che stava nascendo, come quando ci ha precisato il suo scopo specifico: realizzare il Testamento di Gesù: «Che tutti siano uno» (in collaborazione con la Chiesa, naturalmente), ha pure incominciato a suggerirci elementi semplicissimi, riguardanti persone particolari (come i focolarini e le focolarine), ma prese subito in considerazione per realizzare i suoi fini. E non tanto offrendo teorie, ma facendo vivere immediatamente in un dato modo.
Tra le prime idee inerenti a questo aspetto vi sono quelle riguardanti la loro casa, il focolare, e il loro vestito.
Dato però che il dover essere dei focolarini e delle focolarine è diventare, attraverso il carisma dell’unità, un altro Cristo, e il loro associarsi essere un’attuazione del Corpo mistico di Cristo vissuto, ecco che le idee e le linee essenziali per quanto riguarda l’abitazione e il loro modo di vestire sono illuminanti pure per tutte le persone delle varie vocazioni dell’Opera, avendo fondamentalmente anch’esse l’identica chiamata. E sono scritte nei loro regolamenti.
È un nuovo carisma quello dell’unità che suscita non solo una nuova vita spirituale, che tutti riguarda, ma anche una nuova cultura in tutti presente.
La casa
Ora, per quanto riguarda l’abitazione dei focolarini, il focolare, abbiamo indicazioni precise e dettagliate sin dai primi anni del Movimento. Nella piccola regola del 1951 si legge: «Ogni focolare ha da essere una ripetizione della casetta di Nazareth. Si veda perciò 1a “casa” dove abita una famiglia».
Ed è questa la prima attuazione della nota intuizione avuta a Loreto nel 1939: ciò che doveva nascere aveva a che fare con la casetta di Nazareth, con Gesù fra Maria e Giuseppe.
Più tardi si commenterà: «Se la nostra è la casa di veri fratelli uniti nel nome di Gesù, se è un ambiente che contiene una famiglia, il cui Fratello è Cristo stesso (...), (quella) che ci ospiterà sarà la casa per antonomasia».
Nella
Sacra Scrittura
E la casa è sempre molto importante nelle spiritualità cristiane.
Carlo Carretto, il piccolo fratello di Gesù, tanto noto almeno in Italia, pur essendo stato formato nel deserto, scrive una pagina in cui tradisce la sua attrazione per la casa.
Dice: «Dio è mio Padre. (...) Ho con Lui il dono della vita. (...) Soprattutto ho con Lui il dono della “casa”. Avere una casa, vivere in una casa. (...) Siamo fatti per una casa dove ci sia un padre e dove ci siano dei fratelli. (...) Siamo fatti per una casa che ci dia il senso della stabilità, della continuità, del riposo»1.
Ma nella Scrittura la Chiesa stessa è chiamata “casa”. Dice san Paolo: «Ti scrivo tutto questo, nella speranza di venire presto da te; ma se dovessi tardare, voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità» (1Tm 3, 15).
E ancora la lettera agli Ebrei (3, 6), parlando di Cristo, dice: «(... ) la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo».
Gesù poi paragona persino il Paradiso ad una casa:
«Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto» (Gv 14, 2).
E «quando san Giovanni nell’Apocalisse vede la fine dei tempi in una visione che riassume le realtà messianiche, parla ancora della casa: “E vidi la città santa, la Gerusalemme nuova che scende dal cielo. E udii una voce grande proveniente dal trono che diceva: ecco la dimora (la casa) di Dio con gli uomini, e dimorerà con essi ed essi saranno suo popolo e Dio stesso sarà con essi” (Ap 21, 2-4).
Sì, Dio dimorerà con gli uomini nella stessa “casa” e la sua presenza sarà così totale da escludere le precedenti “presenze”, perfino quella del Santuario: “Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio”(Ap 21, 22)»2.
Come la
casa di Nazareth
Si scrive ancora nel ’51: «Nulla in essa (nella casa) sappia di ufficio o di albergo. Tutto sia luminoso e caldo ed ordinato come è ordinato ciò che esce dalla mano di Dio.
Il focolare sia bello come la natura: come un prato, come il cielo».
E nel 1960 scrivevo: «Abbiamo una casa anche noi, dove poter abitare, come la Madonna nella casetta di Nazareth. Io non saprei dirvi con che arte disporre (ogni oggetto) (..), perché a noi è chiesta un’armonia nuova.
Avremo magari tre cose, ma saranno poste in una maniera che a tutti piaceranno (...) e chi entrerà dovrà dire: “Non c’è niente di speciale (in questa casa) ma ci si trova bene (... )”.
(Sarà la stessa) armonia che il Creatore ha impresso nella natura. È l’armonia delle nostre anime unite in Dio (...) impressa in quel qualcosa che ci circonda, nei nostri focolari (...), nelle nostre sale, nei nostri Centri, e domani nelle nostre chiese».
Espressione
del nostro amore
per Dio e per i fratelli
Cosa poi ci debba spingere a tener la nostra casa in una data maniera, l’abbiamo compreso meglio nel 1964 leggendo uno scritto di Tommaso da Kempis. Meditando sulla nascita di Gesù Bambino nella grotta di Betlemme, si esprime pressappoco così:
«Oh! quanto è venerando questo luogo! (...). Entra, o anima mia, in questo povero domicilio del re celeste... Osserva in qual modo l’Uomo-Dio nato giaccia nel presepe e taccia...
Qui adora Dio... Medita i pietosi uffici della Vergine Maria, quanto grande sia la sua allegrezza, quanto sublime la contemplazione del figliolo da lei generato (...).
Tutto considera come se tu ti trovassi alla loro presenza (e di’): “Qui resterò a servire al mio Signore, alla Signora Maria, a san Giuseppe suo custode. Accenderò il focherello, con diligenza lo curerò, preparerò la mensa, fornirò l’acqua. Monderò il cortile, pulirò la casa, metterò un riparo a tutti i fori per difenderla dalla forza dei venti e dalla pioggia. (...) Quindi raccoglierò e rose e gigli, (...) adornerò la santa cuna... aprirò ancora la finestra della stalla affinché risplenda nell’intorno la chiarezza del giorno e vi scendano dall’alto gli angeli santi e riempiano questa casa di soave giubilo”».
Questo brano di Tommaso da Kempis ci fece e ci fa comprendere come un atteggiamento interiore di riverenza, di affetto, non possa non riflettersi sull’ambiente esteriore.
E noi sappiamo che il nostro atteggiamento deve essere l’amore a Dio e, per Lui, ai fratelli.
E anche qui allora, come del resto in tutta la nostra vita, chi ci deve guidare è l’amore, il quale, per quanto riguarda i fratelli, ci porta a farci uno con essi.
La casa nostra allora non sarà necessariamente una casa povera o una casa meno povera: noi possiamo abitare in un palazzo come in un “mocambo”, in un grattacielo come in una casetta di campagna, dovunque, purché l’ambiente che ci accoglie sia per i nostri fratelli “carità”.
La casa poi – così è scritto negli Statuti – deve adattarsi ai luoghi dove si svolge l’apostolato prevalente ed anche questo per la carità.
Col gusto
di Maria
Spesso ricorre fra le prime idee della casa questo pensiero: occorre curarla “col gusto di Maria”.
Certamente è un po’ difficile sapere in cosa possa consistere il gusto di Maria. Pensiamo che lo potremo cogliere ed applicarlo soltanto se nel focolare vivrà quell’unità fra i membri e con tutto il resto dell’Opera per cui si può supporre di essere – in quel particolare – veramente espressione dell’intera Opera di Maria, il cui compito è ripetere e continuare la presenza di Maria, oggi, nel mondo.
E forse negli appunti sulla casa l’idea della bellezza che ricorre spesso la possiamo spiegare col fatto che Maria è la tutta bella.
La casa dovrà essere moderna, perché sempre aggiornata ai tempi.
Inoltre, se per i frati (e cioè fratelli) o per le suore (e cioè sorelle) il luogo del loro soggiorno in terra sono i conventi, in cui tutti convenire, i monasteri, i cenobi, per i focolarini – che familiarmente vengono detti “popi” (espressione trentina che significa “bambini”, “figlioli”) – il posto non può essere che una casa dove abita una famiglia.
È poi molto importante che le nostre case siano durevoli (e infatti l’Opera ne ha spesso il possesso) perché come le abbazie benedettine, distribuite qua e là, sono rimaste nonostante siano passati da esse migliaia di monaci, così dovrà essere delle nostre case.
Sulle case, infatti, è come impressa l’orma del disegno di Dio su una data famiglia, e i nuovi chiamati che verranno durante i secoli, trovandosi a passare da luogo a luogo, potranno capire meglio come vivere tutti gli aspetti della loro vita dei quali si è dovuto tener conto nel costruire la casa e nel disporre gli ambienti. E saranno aiutati così dalla casa stessa a non trascurarne nemmeno uno.
Cura e
distacco dalla casa
Ma, riguardo a questo aspetto della carità, si trovano anche indicazioni di questo genere: si prevede l’inventario della casa, utile anzitutto per il responsabile di zona, il quale, conoscendo come stanno le cose, potrà provvedere ad una comunione di mobili o altro tra i singoli focolari, e, in tal modo, mantenere in tutti non solo il distacco dalle cose, ma sempre vivo anche quell’istinto creativo che fa loro disporre i mobili rimasti in nuova armonia.
È richiesto pure che i focolarini sappiano tenere la casa, curare il loro vestiario e provvedere all’alimentazione, in modo che, possibilmente, non siano mai necessarie persone estranee alla famiglia.
Anzi i focolarini e le focolarine, qualsiasi sia la loro professione, devono godere di presentarsi a chiunque col grembiule, ad esempio, di preparare la tavola, di sparecchiare, ecc. È anche questo un particolare della loro vocazione: si sa di giovani che hanno sentito la chiamata a consacrarsi a Dio avendo visto i focolarini adempiere proprio queste mansioni.
Non è importante, infatti, quello che si fa, importante è che sia Gesù in noi che lo fa ed egli c’è se siamo la sua volontà viva.
Nonostante tutto questo amore per la casa, giacché il nostro ideale è Dio e rimane tale, lo Spirito ci ha suggerito pure il distacco dalla casa stessa, ricordandoci le parole di Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8, 20).
Per i focolarini poi destinati a portare il nostro Ideale trasferendosi in tutto il mondo, questo distacco è essenziale dovendosi, almeno per un certo tempo, adattare a tutto.
Distacco che occorre ancora e in modo particolare a coloro che hanno la vocazione – come i nostri volontari – di rendere visibile la comunità cristiana. La volontà di Dio infatti li vuole impegnati a «mettere a disposizione dell’Opera di Maria le loro abitazioni e le loro case per raduni, riunioni, convegni, onde sia più efficace la penetrazione dello spirito dell’Opera stessa in mezzo al mondo».
Col
profumo del chiostro
Ma il focolare deve essere, in certo modo, anche una chiesa, un tempio, il tempio del Dio vivo, non per le immagini esterne (che vi saranno come in una normale famiglia) ma per la continua, silenziosa, costruttiva, feconda presenza di Dio fra le persone unite nel nome di Gesù.
A questo proposito un articolo di anni dopo, che ho ritenuto utile adattare un po’ qui per l’occasione, recita così:
«Non c’è cuore di uomo, credo, e tanto meno di donna, che almeno una volta, specie durante la giovinezza, non abbia sentito l’attrattiva del chiostro.
Non è l’attrattiva per una forma claustrale di vita, ma per qualcosa che pare sia concentrato proprio lì, fra quattro mura, e si fa sentire, sonoro, anche da lontano. (...)
C’è nelle comunità, di cui il mondo è cosparso, grazie a Dio qua e là, come la notte scura di costellazioni, la luce della presenza di Dio. (...)
Sono immerse nel silenzio queste case (...) ma, per la forza misteriosa delle cose celesti, parlano ai cuori degli uomini e dicono quella beatitudine di unione con Dio che gli uomini agognano.
Ma anche il focolare, piccola abitazione in mezzo ad altre, può avere il profumo del chiostro; anche le sue pareti accolgono un regno di pace, sono fortezze di Dio in mezzo al mondo.
Il chiasso esterno delle TV degli inquilini accanto, o lo strepito delle macchine, o il chiacchierio della gente nelle strade, non tolgono nulla al suo incanto. Il vicendevole amore che rende presente Gesù tra i fratelli, prende possesso di tutto il loro essere e dà a quelle mura non solo la sacralità di un’abbazia, ma la solennità d’una chiesa; al seder a mensa dei suoi inquilini la dolcezza d’un rito, alle loro vesti il profumo d’un abito benedetto, al suono della porta o del telefono, la nota gioiosa d’un incontro con altri fratelli, che rompe, eppur continua, l’unità fra loro in Dio.
Sul silenzio del loro io, parla un Altro e sul loro spegnersi s’accende una luce. Ed essa brilla molto lontano, oltrepassando e quasi consacrando quelle mura che proteggono una cellula viva del Corpo di Cristo. E altra gente viene al focolare per cercare con loro il Signore e, nella comune ricerca amorosa, s’accresce la fiamma, s’alza di tono la melodia divina. Cristo è la loro casa, il loro chiostro, Cristo nel cuore, Cristo in mezzo ai cuori».
Dalle
“Lauretane” alle Cittadelle
Da un diario del ’66 si comprende poi che alcuni focolari si erano aperti come un fiore in nuovi ambienti, ciascuno con una propria destinazione. Erano case per coloro che avevano una responsabilità su altri.
Le avevamo chiamate “Lauretane”.
Più ampi, quindi, dei focolari normali, ma con l’identica prima vocazione: quella d’aver Gesù fra i membri, vocazione contemplativa e attiva insieme come testimonia di essi una canzone del tempo, il cui titolo era:
«Un
picciol castello d’or
Un miracolo d’amor
noto solo agli angeli.
La sognò Maria nel suo cuor,
è tra i fiori un umile fior.
Vi è celato un sacro mister.
Casa Lauretana.
Nell’incanto del primo amor,
a tu per tu con Dio.
E fra tutti regna il Signor ,
quasi un picciol castello d’or.
Ha il profumo d’un raro fior.
Casa Lauretana.
Or Maria rivive nei cuor
Vergin, Sposa e Madre,3
nuova fonte del Bell’Amor,
d’ogni speme unico albor.
Qui la vita è contemplar.
Casa Lauretana».
Troviamo poi, in un diario del ’67, questo concetto: «I focolarini contribuiscano tutti a tenere la Lauretana com’è supponibile che Maria Santissima tenesse la sua casa».
Tutti: quindi anche il focolarino responsabile di focolare; anche la focolarina responsabile dell’Opera tutta. Lo richiede il nostro spirito: siamo tutti fratelli. Infatti si legge:
«La carità farà (... ) risplendere la fraternità cristiana, in quella sua caratteristica bellezza per cui chi visiterà il focolare possa sempre dire: Ecce quam bonum et quam jucundum habitare fratres in unum».
Poi le Lauretane crebbero e divennero Centri-zona con altri ambienti ancora come quelli destinati agli aspetti, alle diramazioni, ai dialoghi, alle opere, ecc.
Ma sempre era Gesù fra noi che doveva illuminare, guidare, condurci nel servizio all’Opera di Dio.
Focolari dunque stabili, laici e sacerdotali, per i focolarini. Focolari temporanei e cioè nuclei di volontari, di sacerdoti, di religiosi; unità di gen e di gens e genre4.
Poi Lauretane. Poi Centri-zona.
E non basta: Centri Mariapoli, Cittadelle temporanee, quelle estive, e poi 20 finora permanenti nei cinque Continenti.
Occorrerà un altro tempo per spiegare tutto ciò: un crescendo, un cammino nel campo di questo aspetto della carità al servizio dell’Opera.
Il
vestito:
“Guardate ai gigli del campo”
Passiamo ora all’altro argomento: il vestito.
Anche per il vestito, che deve coprire le nostre persone, lo Spirito Santo ci ha dato delle norme, riflesso anch’esse di una spiritualità evangelica, a corpo mistico, norme per i focolarini, ma indicative pure per tutti coloro che fanno parte dell’Opera.
Se le case manifestano la nostra Opera in quanto collettività di persone – nuova famiglia nata nella Chiesa –, il vestito, che indossiamo, dice la presenza di un membro di questa famiglia che, se è veramente parte viva di questa società, non è nient’altro che un altro Cristo.
Le famiglie religiose, effetto di carismi nuovi nella Chiesa, hanno sempre curato questo particolare e sono fioriti innumerevoli tipi di vestito.
La piccola regola del ’51 orienta noi in questo modo:
«Sembra che si possa capire cosa Dio vuole dai focolarini, anche in questo campo, tornando alla loro natura. La loro vocazione è quella di essere “bambini”, “figlioli”. Sono persone nate sapendo d’aver un Padre, credendo al suo amore, in braccio all’amore di Dio, per cui la loro veste esteriore sarà quella che dona loro un Padre che è Dio; un Dio che è il creatore dell’universo. La linea sarà la Sua e sappiamo che l’impronta di Dio nel creato è tutta armonia.
La veste del focolarino sarà simile al vestito che Dio ha dato alla natura. E il passo del Vangelo a cui deve ispirarsi è: “Guardate come crescono i gigli: eppure io vi dico che nemmeno Salomone in tutto il suo splendore fu mai vestito come uno di loro” (cf Lc 12, 27).
Quindi la veste dei focolarini dovrà essere tale da dimostrare che sono figli di Dio, figli del creatore della natura, figli del Signore del creato».
Essere vestiti come i gigli del campo significa con freschezza e gusto come sono freschi e belli i fiori; ma anche, poiché il vestito copre una persona che è tempio dello Spirito Santo, deve avere l’impronta del divino e quindi ha da essere caratterizzato dal decoro, dalla sobrietà; dalla distinzione e semplicità perché si è figli di Dio; da modestia perché figli di Maria; senza artificio, senza oggetti preziosi perché ciò che vale è la bellezza dell’anima infiammata d’amore di Dio.
A proposito di questo argomento ci è stato di interesse osservare come vestivano le prime vergini. Nessuna metteva oro, argento, pietre o perle perché avevano un vero disprezzo della ricchezza.
Ciò ha fatto porre a noi questa domanda: i nostri focolari, le Lauretane, ecc., sono ricchi? Possono apparire ricchi perché vi sono dei pezzi di valore? Se sì, bisogna venderli per i poveri. Che i focolari siano accoglienti certo, ma con nulla di ricercato.
Le prime vergini erano vestite come le altre, perché dovevano vivere in mezzo al mondo. Alle volte, se ricche, davano via tutto quanto avevano. Anche noi dobbiamo assumere questo atteggiamento, specie ora in tempo di consumismo.
E sono ancora da sottolineare questi pensieri.
I focolarini non avranno una divisa. Vestiranno laicamente, in modo da non distinguersi assolutamente dagli altri, per essere uguali a loro, perduti in mezzo alla folla.
Lasciarsi
guidare dall’amore
E anche per quanto riguarda il vestito ciò che deve guidarli è la carità.
Ogni focolarino è figlio dell’amore ed è nato per amare. Resta nel mondo senza essere del mondo per amare gli uomini e il suo abbigliamento deve facilitare questo suo compito. Per poter colloquiare col mondo occorre mimetizzarsi con esso: raccomandazione che non va presa alla leggera. In una comunità di persone consacrate, dove nessuno ha da piacere umanamente a nessuno, è facile lasciarsi andare. E, giacché molte o tutte o tutti fanno così, la divisa è arrivata. «Ah! quelle sono le... ecc. ecc. Le riconosci dal vestito, dalla poca cura che hanno...». E dov’è andato, così, il decoro e il buon gusto? Dove quella semplicità che è la vera eleganza?
Mostrare
la bellezza di Dio
Lo Spirito Santo suggerisce ancora che, essendo il mondo che ci circonda lontano da Dio e spesso prevenuto contro la Chiesa (anche perché ne conosce il volto deformato dalla nostra vita poco cristiana), sarà utile mostrarne non solo la bontà e la verità, ma anche, con le nostre abitazioni e con lo stesso modo di vestire, la bellezza.
Pensando a tutte queste norme, ci è venuto spesse volte il desiderio di dare una definizione di quello che potrebbe essere il vestito dei focolarini di questo e di tutti i secoli, definizione che ci sembra universale e quindi adatta anche alla maggior parte dei membri del Movimento: noi dobbiamo vestire come Gesù e Maria vestirebbero in ogni tempo, in ogni ambiente.
Siccome il focolarino nella sua vocazione, è la prima volta che appare sulla terra e associato con gli altri fratelli, è la prima volta che offre al mondo una società di questo genere, probabilmente le linee della casa e le linee del suo vestito dovrebbero essere nuove.
E come il nostro spirito, con la dottrina che sta emergendo, sta dilagando
fra molti, così il modo di vestire dei focolarini, in seguito, dovrà dilagare,
offrendo quindi una nuova moda. Ed è ciò che sta già avveran-
dosi.
Analogamente, dal modo di abitare dei focolarini si potranno avere idee per una rinnovata architettura, ed anche qui qualcosa sta nascendo.
Ecco alcune idee sul vestito e sulla casa.
Cerchiamo ora di pensare a tutto quanto ho detto e vedere in cosa ognuno di noi deve migliorare. Perfezioneremo così la grande Opera di Dio, rendendola più pronta al grande fine a cui è destinata.
Chiara Lubich
1) C.
CARRETTO, Ogni giorno un pensiero, Roma 1933, p. 211.
2) Ibid., p. 394.
3) Si dice che nella casa
lauretana “Maria rivive nei cuor, Vergin, Sposa e Madre” per la presenza delle
focolarine/i vergini e sposate/i.
4) Gens (generazione nuova
sacerdotale) e Genre (generazione nuova di religiosi): sono quei giovani che
vivono la spiritualità dell’unità e sono avviati al sacerdozio o alla vita
religiosa.