Dentro la storia degli uomini

Origine e sviluppo dell'istituzione parrocchiale

Come si sa, l'evangelizzazione è la missione primaria e fondamentale della Chiesa in quanto continuazione della missione di Cristo nell'annunzio della Buona Novella. L'azione ecclesiale si esplicita in questo progetto e risulta efficace quando si realizza nell'attenzione ai problemi della cultura e del mondo in cui la Chiesa si rende presente e si edifica.

La Chiesa, certo deve rimanere identica a se stessa nei principi essenziali che la definiscono come Chiesa di Cristo. D'altra parte non può camminare in una continuità nell'identità, intesa come rigida immobilità o come struttura inalterabile. La Chiesa e il popolo di Dio che vive nel mondo per la salvezza di tutti gli uomini e, per realizzare questa missione, deve saper penetrare in tutte quelle dimensioni storiche-culturali che fanno parte dell'esperienza concreta e della vita di ogni popolo particolare.

Durante i secoli la Chiesa ha adottato perciò le funzioni e le strutture della situazione socio-culturale che ha incontrato, assumendo costumi, leggi, lingua, ecc., secondo il metodo di evangelizzazione formulato da S. Paolo: " ...mi son fatto tutto a tutti )" (1 Cor 9,22). La Chiesa vive nella storia e non fuori di essa, perché Cristo l'ha istituita nel mondo per vivificarlo e trasformarlo a partire dal di dentro. Secondo questa prassi i grandi scrittori ecclesiastici si riferirono ampiamente alle ricchezze spirituali del paganesimo (filosofia, letteratura, ecc.); e cosi pure le forme organizzative della società civile passarono quasi naturalmente - anche se con un significato del tutto nuovo - nella struttura ecclesiastica.

Un esempio tipico di questo processo di acculturazione ci e dato dalle trasformazioni che la struttura parrocchiale ha sofferto durante i secoli e, soprattutto, dalla sua genesi nell'esperienza ecclesiale. È di questo che. qui vorremmo parlare, molto sommariamente e limitandoci al solo mondo latino.

Svolgeremo il tema in vari punti : 1. Un primo, brevissimo, sul significato e uso del termine "parrocchia"; 2. Un secondo sull'origine storica della stessa; 3. Un terzo con qualche cenno sul suo successivo sviluppo; 4. E un quarto sulla parrocchia oggi, dando anche uno sguardo al suo costitutivo rapporto con la diocesi.

1. Il termine "parrocchia": significato e uso

La parola "parrocchia"> viene dal greco paroikìa = "abitazione a lato". La radice indoeuropea weik col significato di "abitazione, agglomerato" sfociò nel greco oikos. Questa radice appare in "dioìkesis", "pàroikos ", "paroikìa", e da qui passo al latino ecclesiastico (paroecia) e, quindi, nelle lingue neolatine.

1. Quanto al significato, il termine pàroikos indicava anzitutto "colui che abita accanto"; ma acquistò più tardi , per influsso del cristianesimo, un significato "mistico". Infatti, dall'accezione greca di "straniero", "forestiero" - Cioè il non-cittadino, che però risiedeva nella città a tutti gli effetti giuridici -, derivo l'uso latina di paroikìa come "abitacolo temporaneo", dove il cristiano, individualmente, e la Chiesa cristiana, come collettività, vengono a trovarsi sulla terra camminando verso la vera patria che e il cielo. Si diceva che qualcuno stava in paroikìa quando abitava fuori della sua terra. È stato sempre questo il modo cristiano di interpretare la vita. La lettera agli Ebrei (13, 13-14) afferma che l'uomo non possiede qui l'abitazione permanente: "Usciamo dall'accampamento e andiamo verso Lui... perché non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura". Chi appartiene a Cristo e viandante, pellegrino verso la patria.

È interessante notare i due elementi che si sono racchiusi posteriormente nel termine "parrocchia". Da un lato si accentua la categoria di spazio, di luogo dove i viandanti abitano: e la parrocchia come territorio. Dall'altro si sottolinea la caducità della vita delle persone che devono quindi guardare verso l'alto al di là dello spazio che occupano sulla terra: "tutto passa "...

2. Quanto all'uso, i termini dioecesis e paroecia coesistettero all'inizio parallelamente e ci volle molto tempo perché trovassero il loro significato proprio e specifico dei tempi odierni. È solo a partire dalla fine del VII secolo che la parola paroecia significa ordinariamente la parrocchia come la concepiamo noi oggi, anche se indicava particolarmente la parrocchia rurale e molto raramente una comunità urbana.

 

2. L'origine storica

È risaputo che nei primi secoli l'organizzazione ecclesiastica utilizzo gli schemi profani già esistenti, partendo dalla realtà e prendendone in considerazione le esigenze.

 

1. Diocleziano divise l'Impero Romano in prefetture, diocesi e province. Le grandi divisioni provinciali erano le circoscrizioni amministrative dell'Impero. La vita locale si concentrava invece in circoscrizioni meno vaste determinate dalle condizioni naturali e dall'antico raggruppamento di uomini che le popolavano: le civitates e i pagi. La civitas era un popolo con un suo determinato territorio. Ogni civitas aveva la sua città-capitale, che era il centro politico-amministrativo, economico e religioso, ed era a sua volta suddivisa in circoscrizioni più piccole, chiamate pagi. Originariamente il pagus era un gruppo di famiglie, che vivevano e lavoravano in campagna, quindi costituivano un'unità rurale. Infatti pagus divenne sinonimo di campagna, dove risiedeva il paganus, cioè "l'arretrato", poiché le sue condizioni umane erano inferiori e doveva sempre far ricorso alla città-capitale.

Inoltre, nell'ambito della civitas, andarono moltiplicandosi lungo le strade e i corsi d'acqua, altri piccoli centri commerciali e industriali, cioè dei paesi, chiamati vici, dove vivevano proprietari, commercianti e artigiani e dove accorrevano - come nelle città - gli agricoltori dei pagi per vendere i propri prodotti e per fare acquisti, nonché per prestare il loro culto.

È importante ricordare che sia la capitale civitas che il vicus continueranno a svolgere la loro funzione di centri economici e religiosi anche quando gli abitanti si convertiranno al cristianesimo: sono espulsi gli dei, ma resta il luogo di culto con la sua funzione.

 

2. Sappiamo che il cristianesimo, approfittando delle strutture offerte dall'Impero, si diffuse rapidamente in quasi tutti i principali centri del mondo greco-romano dove ferveva la vita e maggiore era la confluenza delle persone per motivi commerciali o di altra natura

I cristiani si riunivano in comunità - piccole ma vitali -, per effetto di quella legge dell'amore che ne faceva "un cuor solo e una anima sola" (At 4, 32). Si riunivano per la preghiera e per l'agape fraterna; erano solleciti nell'aiuto reciproco, con forme di assistenza e, forse, anche con una certa comunione dei beni.

Ciascuna di queste comunità godeva una piena indipendenza, pur restando fortemente unite tra loro, non solo per la fede comune, garantita dagli apostoli e dai loro successori, ma talora anche aiutandosi materialmente. Si chiamavano semplicemente ekklesiai (adunanze, assemblee), come ci testimoniano gli scritti dell'età apostolica: la ekklesia che è in Roma, in Corinto, in Smirne... Ed anche il termine paroikìa sarà di lì a breve usato per indicare il "luogo" di queste comunità, pienamente costituite sotto un episkopos (sorvegliante).

Dovunque arrivassero, pur portando una radicale novità di vita, i cristiani non cercarono di distruggere i legami con la vecchia società, né di dissolvere la sua struttura economica e amministrativa. Lapidi, altari e altri oggetti pagani integrati nelle nostre chiese sono tutt'oggi il simbolo dell'incontro profondo - pur nell'alterità - con il mondo greco-romano. "I cristiani - scrive nel II sec. la Lettera a Diogneto - non si differenziano in nulla dagli altri uomini, non abitano città proprie, ne conducono un genere di vita speciale". Essi sono come l'anima che e diffusa ovunque nel corpo e lo vivifica ma non è del corpo (nn. 5-6).

In un primo tempo le comunità cristiane erano esclusivamente cittadine; si trovavano quindi nelle città-capitale o nei vici. A capo dell'intera comunità in una civitas (chiamata all'inizio appunto "paroikìa") c'è un episcopus, che ha la sua sede nella città. E anche quando l'evangelizzazione susciterà dei cristiani nell'ambiente rurale, nei pagi, questi saranno sotto la guida spirituale dello stesso vescovo. Era lui che esercitava l'universalità delle funzioni pastorali, assistito da presbiteri - spesso riuniti insieme in comunità - e diaconi, che costituivano il suo presbiterio. Tutti i fedeli, sia della città e dei vici, sia successivamente delle campagne, si riunivano alla domenica nella chiesa episcopale per partecipare alle funzioni liturgiche.

L'evangelizzazione nei pagi comincio ad aver luogo dopo la conversione di Costantino che segna una svolta storica: il cristianesimo diventa religione di stato (313) e dalle città si diffonde rapidamente nelle campagne. All'inizio del IV secolo appaiono presbiteri e diaconi fuori città, nei luoghi dove ci sono agglomerati umani, per svolgere il loro ministero presso le popolazioni senza la presenza del vescovo. I risultati di tutta questa evangelizzazione obbligano a fondare chiese nelle comunità rurali più distanti. I presbiteri, che finora erano rimasti abitualmente accanto al vescovo in città, formando il presbiterio, ricevono ora in titolo varie chiese sparse nella campagna, alle quali si consacravano per attendere al culto secondo le richieste.

Nel V secolo, dopo le immigrazioni germaniche, i raggruppamenti rurali cominciarono ad essere anche designati con la parola paroecia, fino ad allora riservata per indicare l'unita retta dal vescovo, e quest'ultima si chiamerà dioecesis, anche se per tanto tempo ancora si userà il termine paroecia anche per indicare la diocesi.

II cambiamento della terminologia comporta comunque anche un dislocamento di autorità. II vescovo svolge un lavoro più di ordine amministrativo e le comunità non sono più così legate come lo erano nell'unita "mistica" della "parrocchia episcopale". Man mano il presbitero sostituisce il vescovo nelle comunità dislocate.

 

3. Dopo l'anarchia che fece seguito alle immigrazioni dei popoli nordici si verifico un grande incremento delle parrocchie. Era il nuovo mondo che esigeva con urgenza di essere evangelizzato. Si costruirono chiese un po' dovunque; e vi si celebrava il culto, anche se solo nella Chiesa della città, residenza del vescovo esisteva il battistero e lì i fedeli dovevano ancora riunirsi nei giorni più solenni. Più tardi il numero crescente dei fedeli obbligò i vescovi a concedere alle parrocchie anche il diritto di amministrare il battesimo.

Così si può dire che mentre alla fine del dominio romano il territorio affidato ad un vescovo era una parrocchia unica, di cui erano semplici estensioni gli agglomerati religiosi dei vici solo dopo le immigrazioni dei popoli germanici queste comunità si trasformarono in parrocchie propriamente dette.

Una testimonianza significativa e quella riguardante l'evangelizzazione dei popoli svevi. Abbiamo un documento parrocchiale dove si dice che al tempo degli Svevi, il 1 gennaio del 569, Teodomiro ordinò di riunire un Concilio a Lugo. Dopo aver trattato vari argomenti religiosi, i vescovi ricevettero una lettera del re in cui questi parlava loro degli inconvenienti dovuti alla grande estensione delle diocesi e tra questi - il principale - il fatto che il vescovo non poteva visitare annualmente tutte le chiese. Allora i vescovi risolsero di creare alcune diocesi e procedettero alla divisione di queste in parrocchie, alcune delle quali già esistevano ed altre erano nuove.

Quasi allo stesso tempo, tanto per confermare lo stabilirsi del regime parrocchiale, il II Concilio di Braga, celebrato nel 572, aveva legiferato su argomenti riguardanti le parrocchie. Qui si stabilisce che il vescovo deve visitare ciascuna delle chiese della sua diocesi, esaminare il comportamento del clero circa l'amministrazione del battesimo, la celebrazione delle messe e di altri uffici e poi fare una istruzione speciale "alla popolazione di questa chiesa".

Tutte queste disposizioni e molte altre che ci dispensiamo di presentare, ci fanno concludere che esisteva un'organizzazione parrocchiale ben sviluppata all'inizio del VI secolo.

È importante ricordare che l'origine della parrocchia fu sempre di ordine religioso, poiché in essa si prolungava la tradizione religiosa dei vici. Anche in pieno Medioevo, quando la parrocchia era legata alla grande proprietà, il luogo della Chiesa non era scelto dal padrone, perché dove c'era una tradizione religiosa era lì che si riunivano i fedeli per pregare insieme. Diremo perciò con Seston che "il fatto essenziale nell'origine delle parrocchie rurali non è di ordine economico o giuridico, ma di ordine religioso".

 

3. La parrocchia nel Medioevo

1. La parrocchia rurale aveva, adesso, un fonte battesimale e, accanto ad essa, anche un cimitero. II clero che serviva queste parrocchie viveva delle offerte e dei diritti di stola dati dai fedeli e si cominciò a permettere che le parrocchie costituissero un proprio patrimonio immobiliare. Inoltre cresceva l'autonomia dei parroci, per cui queste chiese rurali ebbero anche il loro presbiterio analogo a quello del vescovo, come collegio presbiterale organizzato: diaconi, suddiaconi, lettori, ostiari. Sebbene questo fenomeno non si verifichi in tutti i posti, i concili si preoccupano della tendenza a una certa emancipazione dall'autonomia del vescovo, concretizzata in iniziative che erano competenza esclusiva di questi

Per la preparazione del clero del futuro troviamo con frequenza presso le chiese rurali delle scuole ecclesiastiche per quei fanciulli che mostravano le capacita necessarie per diventare un domani sacerdoti. Formavano comunità sotto la vigilanza del sacerdote parroco o di un chierico da lui designato (cf. ad es. i concili di Vaison del 529, c. 1, e di Merida del 666, c. 18).

Bisogna precisare, però, che non tutte le chiese rurali erano parrocchie. Molte di queste chiese o cappelle furono costruite non dal vescovo, ma dai padroni dei poderi, che restavano proprietari delle stesse chiese e le trasmettevano agli eredi. Si diede cosi origine a quel fenomeno caratteristico, che ebbe molta importanza nel Medioevo: il fenomeno delle chiese proprie, che poi si generalizzerà al punto da sostituire le chiese libere. Le chiese proprie erano soggette al vescovo quanto alla giurisdizione, però i presbiteri ne assumevano il governo diventandone parroci, solo col consenso dei loro proprietari. Prese piede pertanto l'abuso, da parte di questi, di esercitare pressioni sui vescovi per la nomina dei parroci, e anche per potersi impadronire dei beni delle chiese costruite entro i loro territori.

 

2. Con l'epoca carolingia, si ha una svolta nella chiesa d'Occidente. Sotto l'impulso impresso dalla grande personalità di Carlo Magno, vi fu la prima grande ventata unificatrice nell'ambito della chiesa latina. L'esigenza di dare un assetto stabile all'Impero implicava la necessità di creare un'unita cristiana occidentale in chiave universalistica. In questo quadro, si riaffermò l'autorità dei metropoliti sui vescovi suffraganei, l'autorità di questi sulle chiese parrocchiali, anche se di proprietà privata, e l'autorità dei parroci su tutte le chiese costruite nel loro territorio.

Con ciò, si ebbe indubbiamente un rifiorire del culto e una migliore preparazione del clero che da più parti adotto la vita comune, ma la compenetrazione tra potere politico e potere religioso costituì il punto debole della riforma carolingia. Carlo stesso conferì di propria iniziativa quasi tutte le sedi vescovili e le abbazie. È vero che egli esigeva moltissimo dai candidati; ma è anche vero che vescovi e parroci furono da allora più legati alla struttura feudale che a quella originaria della comunità ecclesiale. Le loro nomine non ebbero più il contributo delle comunità di fedeli, ma obbedivano a criteri più politici che pastorali, col risultato di ingerenze e usurpazioni che sfociarono nell'aperta lotta tra Papato e Impero per le investiture. Né i molti interventi di Sinodi e Concili riuscirono ad impedire lo slittamento verso una sua più profonda decadenza.

 

3. In questo difficile periodo, la parrocchia continua a costituire comunque il riferimento quotidiano e sicuro nella vita del popolo cristiano. È il perno di un sistema fondamentalmente rurale, dove l'integrazione tra comunità religiosa e unita sociale si realizza naturalmente, sottraendosi alle inquietudini dissolvitrici dell'incipiente autunno del Medioevo. D'altra parte, l'anelito ad una riforma della Chiesa in capite et in membris, se sfocerà in fermenti non sempre ortodossi - come nel caso di vari movimenti pauperistici -, favorirà comunque un rinnovamento spirituale e devozionale di ampie proporzioni, che ha le sue espressioni più pure nel fiorire degli ordini mendicanti, e farà sentire il suo influsso anche nelle parrocchie. L'azione evangelizzatrice di Domenico di Guzman e quella profetica di Francesco d'Assisi richiamano alla conversione del cuore e riscoprono il valore cristiano della fraternità. Nascono in questo tempo le confraternite e i terz'ordini, che esprimono in forme associate quest'esigenza di rinnovamento. È certamente uno dei frutti più cospicui nati nella vita parrocchiale dalla predicazione degli ordini mendicanti.

Se abbiamo detto precedentemente che la causa principale dell'origine della parrocchia e di indole fondamentalmente religiosa, dobbiamo affermare con Imbart de la Tour: "Una volta organizzata, la parrocchia si converte in un'unità religiosa e, immediatamente, sarà l'unità sociale per eccellenza. Mentre la società si dissolve, essa soltanto resterà compatta e unica. È nel suo seno che gli uomini nascono, crescono, si sposano, muoiono. II centro delle loro credenze e dei loro interessi è la Chiesa... La parrocchia è il legittimo luogo di incontro (conventus) della popolazione cristiana. Su questo fondamento si baserà tutto l'edificio sociale e religioso del Medioevo". (Imbart de la Tour, Paroisses rurales du IV au VI siècle, Paris, 1800, p. 72).

In ogni caso, nel secolo XII lo sviluppo del sistema parrocchiale è fondamentalmente concluso. Sarà poi prescritto dal Concilio di Trento per tutta la Chiesa cattolica e perdurerà praticamente inalterato fino al nostro tempo.

 

4. La parrocchia oggi e il suo rapporto con la diocesi

II Concilio Vaticano II al numero 42 della Sacrosanctum Concilium dice: "Impossibilitato com'è il vescovo di presiedere personalmente sempre e in tutta la diocesi a tutto il suo gregge, si trova nella necessità di riunire i fedeli in vari gruppi, tra i quali hanno un luogo preminente le parrocchie, costituite localmente sotto la presidenza di un pastore che fa le veci del vescovo. Le parrocchie rappresentano, in un certo modo, la Chiesa visibile sparsa in tutto il mondo". La diocesi è quindi logicamente e obbiettivamente anteriore alla parrocchia. Inoltre essa non è la semplice somma delle parrocchie, ma è di più, come l'origine che supera e riassume in se i vari momenti particolari

La diocesi rimane anteriore anche perché è la sola struttura ecclesiale capace di "realizzare e presentare la totalità della Chiesa" (K. Rahner). Questo ha il suo fondamento nel fatto che solo la diocesi ha un dirigente che appartiene al grado supremo del governo della Chiesa universale e possiede il potere di giurisdizione e di ordine (episcopus), e perché solo la diocesi comprende uno spazio di esistenza con sufficiente importanza naturale e storica (e perciò storico-salvifica) da poter rappresentare in maniera, in certo modo completa, la pluralità dei fattori necessari alla realizzazione della Chiesa. Solo la diocesi è, in senso pieno, la Chiesa locale.

Il potere sacro del vescovo, poi, si realizza mediante una trasmissione ai membri del suo presbiterio. I sacerdoti non sono condizionati a priori dal fattore territoriale , come avviene invece per il potere di giurisdizione del vescovo. È per questo motivo che la costituzione di una comunità può o fondarsi in una delimitazione territoriale dentro la diocesi (parrocchia territoriale) o basarsi su qualificazioni particolari dei suoi membri senza delimitazione territoriale che non sia la diocesi (parrocchia personale). L'esistenza di queste comunità personali è un fatto storico, riconosciuto dal Concilio, che però dà un posto di preminenza alla parrocchia territoriale. Più che dal territorio, però, l'esperienza della chiesa e condizionata dalla relazione dei pastori col vescovo che rappresentano. La parrocchia è stata una emanazione e partecipazione alla missione episcopale. In questo senso non può ritenere la sua missione come propria ma acquista profondità solo quando è inserita in un progetto comune che, in certo modo, la trascende.

Guardando la storia si può affermare che il senso della parrocchia deve cercarsi nella formazione di comunità ecclesiali che corrispondano alle molteplici esigenze delle comunità umane nella moderna società. È questa la sfida fondamentale lanciata dalla storia dell'istituzione parrocchiale. Di fatto, nel passato, la configurazione strutturale della società contadina riuniva molti punti di riferimento in un piccolo spazio e legava profondamente gli uomini tra loro. Lo spazio territoriale facilitava la caratterizzazione della comunione vitale in tutte le strutture della Chiesa. Oggi, però, nella formazione della comunità umana, entrano altri fattori oltre quelli territoriali.

La Chiesa, perciò, in prospettiva storica, deve essere capace di rispondere a questa nuova situazione, perché se non mette radici nei differenti gruppi umani della società, corre il rischio di camminare al margine della vita reale dell'uomo d'oggi.

La Chiesa che e essenzialmente, nella sua origine divina, comunione trinitaria, deve insomma trovare strutture in sintonia con il tempo e il luogo in cui si vive. Nella ricerca comune si potranno trovare nuove strade tenendo conto delle indicazioni che il passato, conosciuto e interpretato, ci offre.

Jorge Ortega