LE BEATITUDINI

di Josef Blank

 

A seconda del proprio modo di vedere e di pensare, il Discorso della Montagna suscita idee molto diverse. Per alcuni, il Discorso della Montagna Ŕ il culmine assoluto e non pi˙ superabile di un'etica umana; per altri, rappresenta un radicalismo pericoloso, un idealismo estraneo al mondo, che manderebbe all'aria ogni tipo di ordine, nel caso dovesse ispirare la vita di tutti i giorni. Comunque, gli si riconosce un qualche significato nel modo di pensare e di agire personali; ma in campo sociale e politico, lo si lascia piuttosto fuori discussione. Con le massime del Discorso della Montagna—cosÝ si dice allora—, non si pu˛ fare alcuna politica realistica; chi nondimeno ci volesse provare, apparterrebbe alla categoria degli utopisti e degli esaltati. Come per la maggior parte dei concetti e degli slogan caricati di significati emozionali, anche per quanto riguarda il Discorso della Montagna Ŕ bene sottoporlo ad una analisi spassionata. Si tratta di capire che cosa effettivamente significhi il Discorso della Montagna; a che cosa ci possa servire.

L'espressione "Discorso della Montagna" indica quei testi che si trovano nel Vangelo di Matteo al quinto, sesto e settimo capitolo e che cominciano nella maniera seguente: "Vedendo le folle, Ges˙ salÝ sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo...". A ci˛ seguono immediatamente le otto beatitudini. Sulla base di questa introduzione si Ŕ dato all'intera composizione il nome di "Discorso della Montagna"—il primo a chiamarlo cosÝ fu Agostino in un sermone su "Il discorso del Signore sulla montagna", dell'anno 393. Oltre a questo significato pi˙ ristretto e tecnico, si parla del Discorso della Montagna anche in un senso pi˙ ampio e si intende allora l'intera "etica di Ges˙", tutti gli insegnamenti etici del Ges˙ storico, che sono riassunti e raggiungono il loro culmine assoluto nel comandamento dell'amore di Dio e del prossimo o nel comandamento dell'amore per il nemico. In questo senso, il Discorso della Montagna Ŕ considerato il compendio del peculiare contenuto etico del cristianesimo. E questo Ŕ giustificato sotto vari punti di vista.

Per farci un'idea pi˙ chiara di questo testo, dobbiamo considerare pi˙ da vicino il suo specifico carattere letterario. Se si prende in mano il Nuovo Testamento e si legge il testo del Vangelo di Matteo, si pu˛ subito notare che, per quanto riguarda il Discorso della Montagna, non si tratta di una predica o di un discorso continuo, bensý di un testo composto di innumerevoli scritti pi˙ brevi. Il che diventa ancora pi˙ evidente se si consulta un'edizione sinottica dei Vangeli e si confronta il testo di Matteo con quello di Marco o di Luca. Perci˛, si considera il Discorso della Montagna una collazione di altri discorsi. A chi si deve propriamente questa stesura? A questa domanda cosÝ risponde l'esegesi contemporanea: questa stesura del Discorso della Montagna, quale si presenta nella sua redazione definitiva, Ŕ opera dell'evangelista Matteo; non si tratta quindi di un discorso che Ges˙ avrebbe tenuto cosÝ come lo conosciamo adesso. Allora, nel Discorso della Montagna non abbiamo a che fare direttamente con l’"etica di Ges˙", ma con un compendio abbastanza sistematico degli insegnamenti etici di Ges˙, collegato a tutta una serie di aggiunte ulteriori dovute alla comunitÓ o all'evangelista stesso. Sicuramente, Matteo ha utilizzato testi della tradizione che dovevano originariamente risalire a Ges˙ stesso. Questo per˛ non Ŕ sostenibile per tutti i testi.

 

Ma per quale scopo Matteo ha redatto questa versione del discorso? L'evangelista Matteo appartiene senza dubbio alle grandi figure dei maestri della Chiesa primitiva. Ha una capacitÓ considerevole di riassumere in maniera chiara e semplice il materiale che gli era stato tramandato e di elaborarlo didatticamente per la sua cerchia di discepoli. Gli interessava soprattutto comunicare l'"insegnamento di Ges˙" agli uomini che volevano diventare ed essere discepoli di Ges˙. Come Ŕ noto, la conclusione del Vangelo di Matteo suona: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ci˛ che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo" (Mt 28, 19-20). Queste parole conclusive del Ges˙ risorto contengono anche il programma teologico del Vangelo di Matteo. Si tratta di far diventare possibilmente "tutte le nazioni" seguaci di Ges˙, soprattutto trasmettendo ai nuovi discepoli gli insegnamenti e le massime di Ges˙, oltre al battesimo. Il Vangelo di Matteo Ŕ nato probabilmente in una cerchia di persone, in una comunitÓ o in un gruppo in cui si era interessati ad un insegnamento regolare, a lezioni sistematiche. Per questo tipo di insegnamento protocristiano ci si poteva attenere al modello delle scuole ebraiche degli scribi. Perci˛, non a torto l'evangelista Matteo Ŕ stato detto un "Rabbi cristiano". Ma in queste lezioni—e in ci˛ esse si distinguono radicalmente dall'ora di religione di una scuola moderna—, non si trattava solo di un apprendimento puramente teoretico, di una mera trasmissione del sapere, bensý si trattava al tempo stesso di mettere in pratica insieme ci˛ che si aveva appena ascoltato. Secondo la concezione giudaica e protocristiana, l'ascoltare e il mettere in pratica erano inscindibilmente connessi. Il Discorso della Montagna serve appunto a questo scopo. ╚, per cosÝ dire, una sorta di "scuola di base" per i discepoli di Ges˙, un'esercitazione elementare che introduce al cristianesimo, per come lo intende l'evangelista Matteo. Oltre a ci˛, questo evangelista teneva molto ad un "cristianesimo pratico dell'azione". Questo non significa che non tenesse anche alla professione di fede in Ges˙ Cristo, al "dogma cristologico". In lui si trova la famosa professione di fede di Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente" (Mt 16, 16). Ma a questa professione di fede cristiana deve aggiungersi incondizionatamente la messa in pratica degli insegnamenti di Ges˙; solo la professione di fede non basta. Una fede che non si manifesti e dimostri in opere Ŕ per Matteo una fede molto insufficiente, che non basta affatto per dirsi cristiani. In Matteo, l'accento decisivo Ŕ posto sulla "prassi di Ges˙"; in questo si mostra la forte influenza dell'ereditÓ ebraica.

Si deve considerare ancora un altro punto. Nel Vangelo di Luca (Lc 6, 20-49) si trova un testo, il cosiddetto Discorso del Campo, che si pu˛ confrontare molto bene con il Discorso della Montagna. Se li si analizza, risulta che il Discorso della Montagna di Matteo e il Discorso del Campo di Luca hanno molti passi in comune. Entrambi i discorsi cominciano con le beatitudini; entrambi contengono una parte abbastanza lunga sull'amore per il nemico; a questo segue nei due testi il divieto di giudicare gli altri; e poi la metafora dell'albero buono che dÓ buoni frutti. Entrambi i discorsi terminano con la metafora della giusta costruzione di una casa. Da questi elementi comuni si deduce che il Discorso della Montagna e il Discorso del Campo risalgono ad una tradizione e ad una fonte comuni che si pu˛ considerare la fonte dei due discorsi, visto che si tratta probabilmente di una raccolta molto antica di parole di Ges˙. Tutto il testo del Discorso del Campo di Luca si trova anche in Matteo e per di pi˙ nello stesso ordine. Solo, Matteo ha distanziato questi testi tra di loro ed ha inserito molti altri passi negli spazi intermedi cosÝ ottenuti. Attraverso questo procedimento letterario, Matteo Ŕ riuscito a trasmettere un'immagine insolitamente efficace degli "insegnamenti etici di Ges˙", il cui fascino Ŕ rimasto inalterato fino ad oggi.

 

Come si deve intendere il Discorso della Montagna, che cosa significa? Questo Ŕ il problema pi˙ complicato posto dal Discorso della Montagna, e la sua soluzione Ŕ ancora oggi controversa. Non deve meravigliare che ci siano diverse interpretazioni sia nella valutazione delle singole parti che nella comprensione dell'intero Discorso della Montagna. Del resto, questo Ŕ connesso alla particolaritÓ di questi testi che non intendono presentare nÚ semplici ricette di comportamento, nÚ un "sistema etico" completo e naturalmente nemmeno un programma politico diretto. Ma questo non significa che in questi testi si tratti solo di un determinato modo di pensare e non anche di una prassi concreta. Alcune interpretazioni tratte dalla tradizione cristiana ci aiuteranno a vedere pi˙ chiaramente il problema.

Secondo la versione pi˙ antica, e cioŔ quella dello stesso Vangelo di Matteo, si tratta di insegnamenti che riguardano tutti coloro che vogliono essere veri discepoli di Ges˙, e cioŔ tutti i cristiani. In fondo, gli insegnamenti del Discorso della Montagna valgono per tutti. Certamente, giÓ in Matteo si trova il problema che la prassi umana rimane in gran lunga indietro rispetto alla radicalitÓ e all'incondizionatezza delle richieste di Ges˙. ╚ palese questa tensione tra la sfida radicale del Discorso della Montagna da una parte e la limitatezza ed insufficienza umana dall'altra, che si rivelano nella messa in pratica di quella sfida; ma questo non Ŕ un motivo per temperare la richiesta o per rinunciare alla sua realizzazione nel mondo. Si chiarisce piuttosto che l'agire cristiano si muove proprio in questo campo di tensione, da cui trae anche la sua dinamica peculiare.

Anche la Chiesa antica ha ritenuto in generale che gli insegnamenti del Discorso della Montagna valessero per tutti i cristiani. Eppure, con l'aumento del numero di questi si diffuse relativamente presto l'opinione che la 'provocazione' radicale del Discorso della Montagna valesse solo per i 'perfetti', per gli asceti ed i monaci, mentre al cristiano medio potevano bastare i dieci comandamenti del Vecchio Testamento. CosÝ, si giunse alla distinzione tra i 'comandamenti', praecepta, che valgono senza eccezione per tutti i cristiani, ed i 'consigli evangelici', conszlia, che erano in questione solo per i cristiani che avessero la nobile esigenza di perfezionare se stessi. Questa distinzione tra i comandamenti per i cristiani medi e le alte richieste fatte ai monaci era la concezione cattolica tradizionale nel Medioevo, rimasta tale fino agli inizi del nostro secolo. Si pu˛ dire che questa concezione corrispondeva ad un realismo pastorale che teneva ampiamente conto della situazione effettiva della societÓ cristiana e della natura umana. Del resto, il rovescio della medaglia Ŕ che, attraverso questa ripartizione, la messa in pratica del Discorso della Montagna Ŕ stata pi˙ o meno rimessa alla devozione privata, ai monaci e ai conventi, mentre si Ŕ ampiamente rinunciato ad una cristianizzazione del mondo, il che ha degli effetti negativi ancora oggi. Certamente non si pu˛ negare che ci siano stati in ogni tempo cristiani che hanno voluto vivere secondo gli insegnamenti del Discorso della Montagna; una delle testimonianze pi˙ considerevoli in proposito Ŕ il Movimento Francescano, con la sua grande diffusione. Tuttavia, valeva come regola generale che il "laico", il cristiano medio, non avesse bisogno di mettere in pratica il Discorso della Montagna, con la conseguenza che fino al ventesimo secolo la voce "Discorso della Montagna" rest˛ ampiamente sconosciuta nella teologia morale cattolica.

 

La soluzione di Martin Lutero Ŕ strettamente connessa con la cosiddetta dottrina dei due regni. Per Lutero e per i riformatori, il Discorso della Montagna vale in linea di principio per tutti i cristiani, ma soltanto, o soprattutto, in quanto riguarda il comportamento personale e fintantochÚ non comporta alcun danno per il prossimo. Il singolo cristiano Ŕ messo alla prova dagli insegnamenti di Ges˙ nel suo comportamento personale; ma non pu˛ mettere in pratica i suoi precetti semplicemente a spese del prossimo; I'amore del prossimo pu˛ rendere necessario un altro tipo di comportamento. Soprattutto per quanto riguarda faccende pubbliche, nello Stato e nella societÓ, anche il cristiano deve opporre resistenza al male e non si pu˛ semplicemente tirare indietro sulla base del rifiuto della violenza presente nel Discorso della Montagna. Perci˛, secondo Lutero si deve distinguere tra il "cristiano" e il "cittadino del mondo".

Esiste infine una terza risposta radicale che emerge prevalentemente in gruppi cristiani radicali, nei cosiddetti "eretici". In questo caso, si tratta di mettere in pratica la 'provocazione' del Discorso della Montagna senza limitazioni nÚ tagli, di farlo valere anche nell'ambito sociale e politico, di farlo diventare diritto vigente. Gli esempi pi˙ noti di questa posizione sono Tommaso Muntzer e gli anabattisti al tempo dell a Riforma ; oggi potrebbero essere i quaccheri e alcune altre sette. Il pericolo che si corre consiste nel fatto che questa comprensione 'statutaria' del Discorso della Montagna pu˛ capovolgersi in un falso radicalismo che contraddice profondamente il radicalismo peculiare del Discorso della Montagna, che Ŕ in fondo un radicalismo dell'amore e della libertÓ.

La situazione presente Ŕ caratterizzata da una nuova stringente discussione sul messaggio e sull'ambito di validitÓ del Discorso della Montagna. Si Ŕ chiarita una cosa: non si pu˛ comprendere il Discorso della Montagna nel suo insieme nÚ nei suoi dettagli se non si richiama il quadro completo e lo sfondo dell'annuncio di Ges˙. Ma questa cornice generale Ŕ l'annuncio che fa Ges˙ della prossima venuta del Regno di Dio, la buona novella che esso Ŕ vicino. Con ci˛ entra in gioco lo specifico messaggio di salvezza di Ges˙ e la connessa comprensione della fede e della salvezza, e cioŔ che si tratta di agire e vivere a partire dalla incondizionata volontÓ di salvezza di Dio, a partire dalla certezza di una salvezza che proviene dall'amore di un Dio che libera. La formulazione programmatica: "Il tempo Ŕ compiuto e il regno di Dio Ŕ vicino: convertitevi e credete al vangelo" (Mc 1, 15) Ŕ anche la premessa fondamentale per la comprensione e la messa in pratica del Discorso della Montagna. Il movimento di conversione, espiazione e fede, questa trasformazione radicale dell'uomo, del suo pensare ed agire, si articola negli insegnamenti del Discorso della Montagna; e viceversa, la prassi etica del Discorso della Montagna Ŕ sempre in qualche modo connessa con la conversione e la fede. Perci˛, nella sua impostazione di fondo, il Discorso della Montagna non Ŕ "legge" ma "evangelo"; non Ŕ semplicemente comandamento apodittico ma dono, grazia, nuova possibilitÓ di vita, vita nella certezza salvifica della salvezza e nel compimento dell'uomo. A questo punto, anche la nozione di un'"etica di Ges˙" diventa problematica. Se per etica si intende il complesso dei doveri umani sotto il segno di un imperativo categorico, allora in base a questo modello si potrebbe a malapena considerare il Discorso della Montagna come un'"etica". E questo perchÚ nel Discorso della Montagna non c'Ŕ un "tu devi" all'inizio, ma una promessa, un impegno, le "beatitudini" appunto. Passiamo ora a queste.

 

Sia il Discorso del Campo di Luca che il Discorso della Montagna di Matteo cominciano con una serie di versetti che si indicano come beatitudini a causa del ripetersi della formula introduttiva "beati...". La versione di Luca Ŕ pi˙ corta ed Ŕ formulata nello stile del discorso diretto (Lc 6, 20-23):

  • "Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Ges˙ diceva:

    Beati voi poveri, perchÚ vostro Ŕ il regno di Dio.

    Beati voi che ora avete fame, perchÚ sarete saziati.

    Beati voi che ora piangete, perchÚ riderete.

    Beati voi quando gli uomini vi odieranno

    e quando vi metteranno al bando e v'insulteranno

    e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell'uomo.

    Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perchÚ, ecco, la vostra ricompensa Ŕ grande nei cieli.

    Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti".

  • In Luca, alle beatitudini, e quasi in opposizione ad esse, seguono le condanne (Lc 6, 24-26):

  • "Ma guai a voi, ricchi, perchÚ avete giÓ la vostra consolazione.

    Guai a voi, che ora siete sazi, perchÚ avrete fame.

    Guai a voi che ora ridete, perchÚ sarete afflitti e piangerete.

    Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi

    Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti".

  • Mentre la forma delle beatitudini di Luca sembra pi˙ diretta ed originaria rispetto alla forma di Matteo, le condanne in Luca non dovrebbero essere originali ma dovrebbero risalire all'evangelista di Luca. La versione di Matteo delle beatitudini (Mt 5, 3-12), che normalmente viene citata, ha al contrario un effetto pi˙ solenne e maestoso Inoltre, contiene quattro beatitudini in pi˙:

  • "Beati i poveri in spirito, perchÚ di essi Ŕ il regno dei cieli.

    Beati gli afflitti, perchÚ saranno consolati.

    Beati i miti, perchÚ erediteranno la terra.

    Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perchÚ saranno saziati.

    Beati i misericordiosi, perchÚ troveranno misericordia.

    Beati i puri di cuore, perchÚ vedranno Dio.

    Beati gli operatori di pace, perchÚ saranno chiamati figli di Dio.

    Beati i perseguitati per causa della giustizia, perchÚ di essi Ŕ il regno dei cieli.

    Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno

    e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

    Rallegratevi ed esultate, perchÚ grande Ŕ la vostra ricompensa nei cieli.

    CosÝ infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi".

  • Si Ŕ spesso riflettuto recentemente se la traduzione "beati" sia ancora adeguata all'uso linguistico odierno. L'ormai invecchiata tradizione unitaria aveva cosý reso il termine greco makÓrios, "beato": "Felici quelli che sono poveri davanti a Dio... (wobl denen)". Oppure, la "Buona Novella": "Si rallegrino tutti coloro che stanno davanti a Dio a mani vuote... (Freuen durfen sich alle)". Ma basta ascoltare attentamente per accorgersi che queste innovazioni non raggiungono nemmeno da lontano la piena risonanza della parola "beati", con il suo voler significare una beatitudine piena ed insuperabile. Inoltre, anche la "beatitudine" appartiene ad un particolare genere letterario che si trova soprattutto nella letteratura sapienziale e nei testi apocalittici. Si vedano in proposito due esempi.

    Nel salmo 1 si dice:

  • "Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori

    e non siede in compagnia degli stolti;

    ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte".

  • Qui, si dice beato l'uomo religioso che dedica tutta la sua vita allo studio della torah e alla sua messa in pratica. E nei cosiddetti Salmi di Salomone (17,44) scritti nel primo secolo avanti Cristo, si dice:

  • "Beato chi vivrÓ in quei giorni e potrÓ vedere la salvezza d'Israele

    nell'unitÓ delle trib¨, quale sarÓ operata da Dio!".

  • In questo caso, si dicono beati gli ebrei religiosi che saranno testimoni della salvezza messianica finale. La differenza decisiva delle beatitudini del Discorso della Montagna risiede soprattutto nel fatto che Ges˙ promette da subito a certi uomini la salvezza finale del Regno di Dio, e quindi la pienezza salvifica dell'amore di Dio in tutta la sua potenza. Soprattutto Nietzsche ha sentito in modo particolarmente intenso che cosa accade qui, allorchÚ dice:

    "Sono stati gli ebrei—e Ges˙ era uno di loro—ad aver osato capovolgere con una conseguenza terrificante lo schema aristocratico dei valori (buono = nobile = potente = bello = felice = amato da Dio) e ad aver difeso con i denti dell'odio pi˙ abissale (l'odio dell'impotenza) che solo i miseri sono buoni, i poveri, gli impotenti; gli umili soltanto sono buoni; i sofferenti, gli sfruttati, i malati, i deformi sono i soli religiosi, i soli fedeli; per loro soltanto c'Ŕ beatitudine, "

    ╚ chiaro che Nietzsche pensa qui soprattutto al Discorso della Montagna, al qui proposto "capovolgimento dei valori"; qui ha luogo la vera e propria "rivolta degli schiavi nella morale". Le beatitudini hanno il carattere di una violenta 'provocazione'; e se non lo cogliamo pi˙ Ŕ solo perchÚ l'abitudine o l'indifferenza ci hanno intorpidito.

    Le prime tre di queste beatitudini risalgono certamente a Ges˙ stesso (secondo Luca). Al primo posto, la beatitudine dei "poveri". A questi poveri, viene incondizionatamente promessa la salvezza del Regno di Dio, la salvezza in tutta la sua inesauribile pienezza. Ma chi sono questi poveri, o, come dice Matteo, questi "poveri in spirito"? Naturalmente, non si intendono gli stupidi o gli handicappati psichici, anche se certo essi non sono neanche da escludere. Nella tradizione ebraica vetero-testamentaria, il concetto "i poveri" ha sia una componente sociale che una componente religiosa, non si pu˛ sottovalutare nessuno dei due aspetti. "I poveri" sono quindi veramente i nullatenenti, la gente che non possiede nulla, quelli che vivono alla giornata, quelli che per la loro miseria sociale appartengono alla classe dei subordinati, degli oppressi, degli impotenti. I poveri quindi, quelli che oggi vivono soprattutto nel Terzo Mondo, ma non solo lÓ. Questi poveri sono per˛ anche i privi di diritti, quelli che nessuno aiuta, che possono fare affidamento solo su Dio; quelli che sono pi˙ coscienti di dipendere da Dio. Secondo l'insegnamento dei profeti e dei salmi, Ŕ Dio stesso che si prende particolarmente cura proprio di questi poveri. A loro, va la particolare premura di Dio; a loro, Dio dona tutta la salvezza. Mentre in Luca Ŕ posto pi˙ fortemente in risalto l'accento sociale della povertÓ, Matteo sottolinea piuttosto l'accento religioso con l'espressione "i poveri in spirito" (Lutero traduce: beati quelli che sono poveri spiritualmente), perci˛ la traduzione unitaria dice: "Beati quelli che sono poveri davanti a Dio". Di nuovo, ci˛ non pu˛ far dimenticare il riferimento sociale.

    Gli "afflitti" o "quelli che ora piangono" sono gli uomini che soffrono per i tristi rapporti di questo mondo, per le ingiustizie sociali e politiche, per guerre e discordie di ogni tipo, per il male che viene fatto ogni giorno nel mondo. Anche nella beatificazione degli "affamati", Matteo fa un'aggiunta: "quelli che hanno fame e sete della giustizia". Qui non si tratta solo della giustizia sociale in senso lato, bensý della salvezza globale, in cui certamente trova piena soddisfazione il bisogno elementare di giustizia che ha l'uomo, vale a dire il bisogno di uno Stato di "ordine divino del mondo".

    Alcune altre beatitudini si trovano solo in Matteo. I "miti" sono probabilmente i non-violenti che rinunciano a voler instaurare il Regno di Dio con la violenza, a differenza dei ribelli zeloti e dei rivoluzionari di ogni sorta. I "misericordiosi" sono gli uomini che hanno pietÓ e sanno perdonare, i generosi. I "puri di cuore" sono gli uomini trasparenti, onesti, leali, che non conoscono nÚ inganno, ne ipocrisia, nÚ menzogna. Gli "operatori di pace" sono persone che si impegnano attivamente per la pace, che risolvono i conflitti e promuovono la riconciliazione. La serie si chiude in Luca e in Matteo con la beatificazione dei perseguitati ingiustamente, e allora entrambi gli evangelisti pensano soprattutto ai discepoli di Ges˙ perseguitati nel loro tempo. Ma ci˛ non esclude che si possa pensare, in questo caso, a tutti coloro che sono oppressi ingiustamente da un qualsiasi regime, che sono internati in carcere o in campi di concentramento e vengono sottoposti alla tortura.

    Per queste ultime beatitudini di cui si Ŕ parlato, occorre dire che esprimono intenzioni che stavano particolarmente a cuore all'evangelista Matteo. Costituiscono una sorta di parentesi rispetto all'intero Vangelo di Matteo. Mentre le prime tre beatitudini pongono l'accento soprattutto su particolari atteggiamenti di fondo, le altre beatitudini aggiunte da Matteo sottolineano piuttosto le virt¨ attive e il tipo di condotta del cristiano. Per Matteo, entram6i i lati sono importanti: la grazia e la promessa divina, ma anche il comportamento umano che da queste scaturisce, la nuova prassi dei discepoli di Ges˙. Ancora oggi, il problema Ŕ appunto questa prassi. Resta sempre il compito di vedere e stabilire l'intrinseca connessione tra intenzione ed azione; evidentemente, un'interpretazione puramente privatistica del Discorso della Montagna non Ŕ sufficiente. Del resto, per la messa in pratica del Discorso della Montagna non ci sono neanche limiti esterni. Una fede viva si sforzerÓ sempre di agire secondo l'insegnamento di Ges˙, per quanto sarÓ in grado di farlo, in tutte le sfere della vita, e quindi anche nella politica— comunque a partire da un radicalismo dell'amore e della libertÓ connesso ad una saggia ragion pratica.