3 Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò
in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle
città. 14 Egli, sceso
dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro
malati. 15 Sul far
della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto
ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da
mangiare”. 16 Ma Gesù
rispose: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. 17 Gli risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due
pesci! ”. 18 Ed egli
disse: “Portatemeli qua”. 19 E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba,
prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la
benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li
distribuirono alla folla. 20 Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via
dodici ceste piene di pezzi avanzati. 21 Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila
uomini, senza contare le donne e i bambini.
[Mt 14, 13-21]
Avuta la notizia che Giovanni Battista è stato ucciso da Erode, “Gesù parti di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto”. Desidera cautelarsi, ma soprattutto riflettere nella calma per capire quanto la volontà del Padre esige da Lui in questa nuova situazione. Sente anche il bisogno di un po’ di riposo nella quiete e nella compagnia dei suoi amici, i discepoli. Lo fa specialmente per loro. C’è qui un richiamo a saperci ritagliare uno spazio quotidiano per “stare con Gesù” in un dialogo affettuoso, cuore a cuore.
Nel nostro episodio, però, il
programma salta a causa della folla: a contatto con essa Gesù si lascia
“giocare” dalla “compassione”. Conosciamo già questo meccanismo che scatta in
Lui. L’abbiamo incontrato in Mt. 9,36ss (domenica XI): “Gesù, vedendo le
folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza
pastore”. Nel nostro testo leggiamo che “Gesù vide una grande folla”:
non solo allora, ma anche oggi. È una società non soltanto divisa, ma anche malata
(“guarì
i loro malati”): quante infermità fisiche e morali! Una
umanità affamata (vv15ss): fame molteplice. Fame di cibo, ma anche
soprattutto di valori, di affetto, di libertà, di felicità. Fame di Dio. Quanti
denutriti anche tra i cristiani stessi!
Nel suo sguardo attento Gesù non rimane
neutrale, insensibile: “sentì compassione”. Anche
nell’episodio della seconda moltiplicazione dei pani (Mt 15,32) ritornerà il
motivo della “compassione”. Anzi è Gesù stesso che confida ai discepoli: “Sento
compassione di questa folla”. Tale verbo ha un senso pregnante. Di per sé
significa sentirsi “fremere e sconvolgere le viscere”. Esprime quindi non una
compassione emotiva, superficiale, ma una reale partecipazione e
coinvolgimento. È immedesimarsi nella situazione dell’altro, un “patire-sentire
insieme con l’altro”. Una “compassione” che è attiva: spinge Gesù a
guarire i malati e poi a saziare la fola affamata.
Stupisce l’insistenza con cui Matteo presenta
Gesù come il medico che risana i malati. Sta in questa attività una delle
caratteristiche inconfondibili del Messia. A Lui sta a cuore tutto l’uomo,
l’integrità totale della persona. Egli sa che la malattia tende a isolare le
persone dalla vita sociale. Guarendo i malati intende reintegrarli pienamente
nella società.
Nella concatenazione dinamica di questi tre
momenti – sguardo, compassione, intervento concreto – Gesù si rivela
come il Messia misericordioso che si lascia catturare e calamitare da ogni
forma di sofferenza che incontra. In tal modo rivela anche il vero volto di Dio
quale “Padre misericordioso”, che si prende a cuore ogni forma di
miseria.
Tale sequenza di tre momenti, però, Gesù non
la esaurisce in se stesso. Vuole invece innescare una reazione a catena. Vuole
contagiarci il suo sguardo di “compassione” coinvolgendoci: “Date
loro voi stessi da mangiare”. Come i discepoli, noi faremmo notare la
sproporzione tra l’insufficienza, la scarsità dei mezzi a nostra disposizione e
le necessità smisurate a cui occorre fare fronte: “Non abbiamo che cinque pani e due
pesci”:
Non possiamo farci nulla. Quindi suggeriamo che la gente “si arrangi”. Ma la
parola “impossibile” non esiste nel vocabolario di Gesù. Il suo comando è
perentorio e non dà adito a scappatoie: “Date loro voi stessi da mangiare”. Il seguito del
racconto mostra che Gesù non opera magicamente, non parte da zero. Ha bisogno
che qualcuno metta a disposizione quel poco che ha. Ha bisogno che qualcuno
quel giorno rischi di saltare il pranzo perché condivide. Il primo miracolo sta
proprio nel sapere condividere. Un gesto che dà il via libera a Gesù: quel
“poco” condiviso gli consente di sfamare una moltitudine. “È il
miracolo della carità, che vede coinvolti Gesù e i suoi discepoli nel servizio
alla gente che ha fame” (ETC1). Il pane spezzato e condiviso non si
esaurisce, ma in mano a Gesù si moltiplica, saziando un numero sterminato di
persone.
Questo miracolo, che è il più documentato
nella tradizione evangelica (viene riportato sei volte), ci mostra chi è
Gesù: è il Messia che al suo popolo offre un banchetto
durante il suo cammino, come già Dio aveva nutrito Israele nel deserto.
Gesù compie le promesse dei profeti, che avevano raffigurato il Regno di Dio
con l’immagine di un banchetto festivo e abbondante (Is 55, 1-3: I lettura. Cfr.pure Is 25, 6-10). Gesù è l’unico che può saziare l’uomo completamente
e in misura sovrabbondante.
Egli, però, compiendo questo miracolo non
intende soltanto sfamare la folla, ma anche e soprattutto vuole creare e
consolidare la comunione. In effetti, Gesù non vuole che la gente si disperda.
Così proponevano i discepoli, nel loro
tentativo di disimpegno: “congeda la folla”. Ma vuole
mantenerla unita. Subito dopo, col miracolo dei pani mostrerà di essere il
pastore di questo gregge. Il pastore vero che raccoglie nell’unità una folla
dispersa, le prepara un banchetto, la riunisce intorno a sé trasformandola in
una grande comunità conviviale, dove tutti, senza discriminazioni e differenze
sociali, godono la libertà di stare insieme, di far festa, di vivere nella
comunione con Dio e tra di loro.
È il significato ecclesiale del miracolo:
Gesù circondato dai Dodici, che distribuiscono i suoi doni alla folla “seduta” sull’erba
(propriamente “sdraiata”: posizione che era consentita durante la mensa soltanto
ai signori e agli uomini liberi). Ecco un’immagine viva della Chiesa, che Gesù
vuole raccolta insieme come una sola famiglia. La Chiesa dove i Dodici (e i
loro successori) continuano a distribuire la Parola e l’Eucaristia. Si pensi ai
dodici canestri di pezzi avanzati: simbolo di una ricchezza inesauribile a cui
attingeranno i cristiani di tutti i tempi.
Il racconto ha anche, appunto, un chiaro significato
eucaristico: la successione dei gesti che Gesù compie (“prese
i cinque pani…pronunziò la benedizione…spezzò i pani e li diede ai discepoli”) è la stessa che
ritroviamo nell’ultima cena.
I cristiani si sentono chiamati a riscrivere
oggi questa pagina di Vangelo, rivivendo la medesima esperienza:
-
Lasciano che Gesù con la sua Parola e l’Eucaristia li nutra e li
sostenga nel cammino, stringendoli sempre più nella comunione con Lui e tra di
loro.
-
Il “poco” che hanno e che sono (vita, tempo, qualità, beni, sofferenze)
lo mettono a disposizione di Gesù perché Egli operi il miracolo della comunione
e della festa. Così il Signore continua a spezzare il pane della Parola,
dell’Eucaristia e della Carità attraverso il loro impegno nei diversi ambiti
dell’educazione alla fede, della celebrazione liturgica e del servizio ai
bisognosi.
-
La “compassione” di Gesù, riflesso della
misericordia del Padre, non verrà mai meno. È la certezza che vibra nel testo
della lettera ai Romani (8,35-39: II lettura). La speranza cristiana, che
attende la salvezza definitiva, ha un fondamento solidissimo: l’amore di Dio
che si è fatto visibile in Gesù. “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?…Nessuna
creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”. Paolo è sicuro
che nulla e nessuno potrà mai strapparci all’abbraccio tenerissimo di Cristo e
di Dio. È sicuro che il Padre e Gesù ci ameranno sempre in modo efficace. Ogni
domenica l’Eucaristia è il momento in cui ci è dato di sperimentarlo in modo
sempre nuovo e coinvolgente. Non si può non sottoscrivere l’affermazione: “Nel
giorno del giudizio preferirò essere giudicato da Cristo che da mia madre” (Faber).
Lo spezzare insieme ogni
domenica il pane eucaristico, il condividere il pane della vita che è Cristo,
ci stimola e ci sostiene nell’amore concreto ai fratelli in una stile di
solidarietà e condivisione?
Invitandoci a guardare con
misericordia i “popoli della fame”, Gesù ci ripete: “Date loro voi stessi da mangiare”
Davanti a ogni persona
ascolterò Gesù che mi dice: “Dalle da mangiare”.
Siccome ogni persona ha fame
di amore, in definitiva Gesù mi dice: “Amala!”