L'esperienza del diacono come « costruttore di unità »

L'UOMO DELLA FRATELLANZA UNIVERSALE

di Enrico Pepe

 

Dopo anni di attività pastorale in Brasile, don Enrico Pepe è attualmente responsabile del Movimento Parrocchiale presso il Centro del Movimento dei Focolari. La vocazione e il ruolo dei diacono, sfaccettati nella varietà dei suoi diversi ambiti di presenza, sono il tema della presente, apprezzata relazione, che manteniamo nell'immediatezza del linguaggio parlato.

 

Prima di entrare nello specifico argomento della nostra conversazione - che riguarda la vita del diacono come «costruttore di unità» - vorrei fare una breve premessa. Ognuno di noi, in qualche misura, ha «scoperto» Gesù nella sua vita, e lo ha amato. Ma ad un certo punto - inaspettato, forse - Egli s'è avvicinato e gli ha rivolto, come un giorno agli apostoli, lo stesso invito: «Vieni e seguimi».

Per molti sarà stata una sorpresa. Forse mai prima aveva pensato di diventare diacono, vocazione che anzi neppure esisteva nell'orizzonte della nostra formazione e della nostra esistenza cristiana. Ognuno aveva costruito la sua famiglia cristiana, aveva organizzato la sua attività professionale, aveva cercato di far del bene attorno a sé, aveva seguito gli insegnamenti della Chiesa e forse mai aveva potuto immaginare che Dio avesse altri piani su di lui... Ma ecco questo invito: «vieni e seguimi» che si è concretizzato nella chiamata del Vescovo e nell'ordinazione diaconale.

Per qualcuno tale chiamata sarà stata legata ad un fatto, ad un momento particolare; più in genere forse ad una continuità dell'esperienza cristiana ed ecclesiale che si è via via approfondita; ma in ogni caso è sopravvenuto qualcosa di nuovo. E' nato cioè un legame nuovo con Cristo, in uno scambio d'amore e in una scelta di particolare predilezione. Questo fatto è basilare, importantissimo: perché tutto il servizio diaconale nasce dalla fonte di quest'amore che lega il diacono a Gesù e Gesù al diacono. Si ha a che fare con Cristo, cioè, in una maniera nuova, e si è «famiglia di Dio» in modo tutto particolare: come membri del suo « popolo », innanzitutto, ma anche come parte di quella stessa « famiglia » degli apostoli di Gesù. Ecco il timbro, il marchio che segna tutta la vita del diacono.

Ogni vocazione, sia «laicale» che di speciale consacrazione, sacerdotale o religiosa, ha un solo scopo: portare Dio, stabilire la vita di Dio tra gli uomini - che vuol dire costruire la Chiesa, edificare la comunità dei figli di Dio, tutti fratelli tra di loro. Ognuno, nella sua specifica vocazione e in unità con tutti gli altri, è strumento di questo piano di Dio: deve essere costruttore di comunione.

La vocazione del diacono allora - parliamo ora di questa - è un servizio per la comunione. Non certo un privilegio, o un premio ché Dio dà a chi magari è migliore, per metterlo in vista davanti agli altri cristiani; non è una posizione di autorità nella comunità. Gesù investe colui che ha scelto di una missione, lo fa diacono, cioè servo degli uomini. Ed egli è una persona sacramentalmente ordinata per servire, dalla quale tutti hanno il diritto di essere serviti. E tale servizio è finalizzato alla comunione, a costruire cioè la famiglia, la comunità tra gli uomini.

 

La famiglia edificare la chiesa domestica

 

Ma dove, in quali campi il diacono è chiamato ad edificare la « famiglia » di Dio ? A tale proposito, una caratteristica importante della vocazione diaconale è quella di aver ricevuto questa chiamata nell'età adulta, quando in genere si è già maturata una lunga esperienza umana e cristiana nella propria vita familiare, nell'esercizio di un qualche lavoro e all'interno della comunità ecclesiale.

Questi, appunto, sono anche i campi specifici nei quali il diacono continua a vivere anche dopo esser stato ordinato; ed è lì prima di tutto, che egli - col prezioso bagaglio della sua esperienza - deve essere un costruttore di comunione, per esplicito mandato della Chiesa.

La famiglia è per il diacono coniugato la prima « palestra » di vita. L'ordine ricevuto infatti non solo non gli permette alcun disimpegno, nessuna « fuga » dalla famiglia, ma lo impegna in una dedizione ed un servizio ancora più profondi: egli è diacono innanzitutto in casa, cioè « servo » della moglie e dei figli. E la sua diaconia deve poter fare della famiglia una vera chiesa domestica. Così nella pastorale familiare - che rappresenta un campo d'attività naturale per il diacono, quanto mai in consonanza con la sua tipica presenza nella comunità - egli potrà donare quel Vangelo che già avrà vissuto insieme alla moglie e ai figli. Potrà ripetere con S. Paolo: « Siate miei imitatori come io lo sono di Cristo ».

Ed i frutti di un autentico servizio diaconale allargato e comunicato all'intera famiglia del diacono possono essere inimmaginabili: tutta la famiglia con la sua vita diventa un germe di comunione già attuata, diventa un punto di riferimento luminoso per le altre famiglie e per coloro che si preparano al matrimonio.

Essendo vissuto per lungo tempo in Brasile, ho soprattutto presente la viva esperienza diaconale che ho conosciuto in diverse comunità ecclesiali di quel paese. E ricordo in particolare di un diacono, coniugato con tre figli, la cui famiglia era tutta coinvolta nella sua attività ministeriale: una famiglia contadina, semplice ma con un'esperienza cristiana molto profonda. La moglie stessa raccontava che durante l'ordinazione, mentre suo marito era disteso in terra e si cantavano le litanie, aveva sentito come se Dio le dicesse: « Ecco, ora tu lo dai a me ». Fatto questo passo spirituale, s'era presa, come « sua parte », la comunità. Ora marito e moglie, con i loro figli, « servono » insieme come responsabili di una comunità locale. E' questo un esempio di come il sacramento diaconale possa far fermentare dal di dentro la vita della famiglia, fino a farla essa stessa tutta servizio, tutta « dono ».

Qui qualcuno forse si chiederà: ma se la famiglia, se i figli ad esempio, non sono affatto d'accordo, e - come può accadere - neppure vogliono vivere una vita cristiana? Qui si deve avere davvero la sapienza cristiana, che è quella del più puro amore. Tu non puoi costringere nessuno, neanche la moglie e i figli, a vivere il cristianesimo; devi però esigere da te questa vita, che è avere un solo diritto: quello di amare e di servire tutti. Si farà la propria parte fino in fondo, senza perdere la pace, rispettando la libertà di ognuno e lasciando a Dio di raccogliere i frutti che, come e quando Lui vorrà, certamente arriveranno. Ricordo a questo proposito l'esperienza di due ragazze, figlie di un diacono brasiliano, che avevano lasciato la Chiesa in modo molto duro. I genitori, pur soffrendo per tale rifiuto, non cercarono mai di forzare la loro libertà. Dopo diverso tempo, ebbi a distanza di pochi mesi l'una dall'altra la visita di entrambe: avevano capito. « Non ho più il coraggio di entrare in casa - mi diceva la minore - perché mio padre e mia madre mi hanno tanto amato, specie in questo periodo, che non ho più la forza di vivere in casa senza essere anch'io come loro. Voglio confessarmi e cominciare una nuova vita ». Delle due, la prima è ora consacrata a Dio, l'altra ha una splendida famiglia cristiana.

 

Nel mondo del lavoro per « incarnare » il Vangelo

 

Il mondo del lavoro costituisce in altro capitolo importantissimo della vita di un diacono: perché egli non si stacca da esso, ma continua a viverci dentro ed anzi, come « uomo del servizio » , cercherà di conservare e di curare al meglio tutti i rapporti e contatti.

In questo campo però non sarà mai come chi «parla» delle cose di Chiesa, a proposito o meno: sarà invece una persona che incarna il Vangelo nel suo ambiente di lavoro, lo mette in pratica a fatti con la sua serietà professionale, con la sua apertura e disponibilità verso tutti, col suo essere elemento di unità tra i colleghi. E il Vangelo passerà pian piano attraverso i fatti della vita quotidiana.

Insomma, non si è diacono solo in Chiesa, ma dovunque si vive, a tempo pieno, nella misura in cui a casa, sul tram, in ufficio, al bar si è servizio d'amore agli uomini. Allora la vita tutta del diacono sarà l'annuncio continuo dell'amore di Dio. Certo, ci sarà anche il servizio in Chiesa: ma se durante tutta le settimana si è vissuto come l'uomo del servizio verso ognuno, poi la domenica sarà tutta questa vita ad esser portata sull'altare; ed allora quella liturgia, quell'annuncio, quella presenza saranno luce, perché espressione della vita.

 

Nella Chiesa locale a servizio dell'unità

 

Ancora, il diacono con la sua ordinazione è « chiesa » in un modo nuovo, è immesso nel cuore della comunità ecclesiale; viene dal mondo dei laici e, rimanendovi, entra in più piena comunione col Vescovo e col presbiterio, in quella che si dice la gerarchia ecclesiale.

Qual è allora la sua parte, la sua funzione nella comunità cristiana? Non è un « vice » del prete - o un quasi-prete -, tanto meno un sagrestano... E' - potremmo usare questa espressione - come un ponte che unisce, che garantisce un'osmosi e una comunione più piena tra il mondo dei laici e la gerarchia. E' quindi una realtà nuova che, rinata col Concilio, sta ancora muovendo i primi passi. Ogni diocesi deve cercare e sviluppare le sue linee di concretizzazione, pur tenendo fermo il fatto essenziale che tali « forme » saranno sempre in sé relative: ciò che conta sarà 1'« anima » del servizio diaconale - questo suo essere per la comunione. In una diocesi del Nordest del Brasile, per fare un esempio, un diacono funge da coordinatore di tutta la pastorale diocesana. Altri, ancora, coordinano la pastorale familiare, o le attività di catechesi... Queste sono, a mio avviso, modalità di servizio a livello diocesano tipicamente diaconali. In un dato settore - come per la pastorale - i sacerdoti possono anche far riferimento ad un diacono; ma il suo ruolo non sarà mai quello dell'autorità: piuttosto egli, com'è proprio della sua vocazione, servirà da tramite, sarà colui che lega... Non è neppure un servizio burocratico, né semplicemente il servizio di un esperto; è qualcosa di più profondo. In quel settore - nel quale dovrà certamente aver pure della competenza - il diacono dà però il suo contributo perché la parrocchia o la diocesi cresca come la famiglia di Dio.

 

Accanto ad ognuno come l'uomo del servizio

 

Esiste però un altro campo, oggi particolarmente importante, nel quale il diacono è chiamato a « servire »: è il mondo dei lontani, di coloro che, pur fuori della Chiesa istituzionale visibile, sono però anch'essi particolarmente amati da Dio, e da Lui chiamati a formare il Corpo mistico di Cristo, la famiglia dei figli di Dio. Se così è, il mio servizio non può certo limitarsi a chi viene in Chiesa, e neanche ai battezzati: la mia diaconia è per ogni uomo che trovo sul mio cammino; io devo servirlo, e Dio mi ha chiamato per servirlo. In particolare poi il diacono, nei confronti di coloro che esplicitamente rifiutano Dio e che dovrebbero essere i suoi « amici » preferiti perché senza Dio, e quindi più poveri di chiunque altro - ha il vantaggio di appartenere, nella vita di ogni giorno, al loro stesso mondo « laico », di essere padre di famiglia come loro, lavoratore come loro, di apparire non come una «casta » separata, ma come persona che condivide la loro stessa vita. E' a loro innanzitutto che bisogna rivolgersi. Ma come? Qui non vale nessuna pastorale, nessun discorso persuasivo: qui vale solo amare. Occorre rispettare fino in fondo ognuno così com'è, e soprattutto sfuggire la tentazione di volerlo a tutti i costi convertire. Sarebbe come voler cogliere subito un frutto il cui tempo di maturazione non ci appartiene; ed è inutile volerlo far maturare presto con i nostri mezzi. Ci si deve invece accostare alla pianta per vedere se ha bisogno di acqua, per esporla meglio al sole, per concimarla e smuoverle delicatamente la terra attorno... E' questo il vero servizio, quello che solo porta frutto; ed è quest'amore di servizio che il diacono può - e deve - testimoniare oggi al mondo, più di chiunque altro.

Voluto da Dio nella sua Chiesa come uomo accanto agli uomini, il diacono rappresenta così nel nostro tempo quell'iniezione di vita e d'amore soprannaturale che penetra ogni rapporto, ogni incontro quotidiano, e lo solleva a formare la famiglia, a plasmare la comunione. E' veramente - possiamo dirlo - il « fratello », il « prossimo » di ognuno: l'uomo della fratellanza universale.

Enrico Pepe