Seconda puntata di un dialogo sulla cultura oggi *:

studio: servizio o potere

 

Vorrei dire qualcosa sui condizionamenti dello studio, e per questo mi sem­bra di dover fare alcune premesse. Come ci dice la sociologia, il pas­saggio da una civiltà contadina a una civiltà industriale, ha prodotto notevoli e sorprendenti mutamen­ti, strutturali, culturali, psicologici, in ogni settore dell'attività umana. Così anche nell'ambito dello stu­dio: nella civiltà contadina quello che studiava era il padrone, il no­bile, il figlio di papà che, oltretut­to, doveva studiare ed andare avan­ti. Nel mondo attuale, invece, uno degli indici di sviluppo di un paese è precisamente la proporzione sem­pre maggiore di giovani che arri­vano agli studi superiori. E questo è tanto positivo.

Quello che bisogna domandarsi però è perché si studia. Nel mio caso, ad esempio, siccome non riu­scivo in determinati campi, come per esempio nello sport, oppure non stavo bene di salute, accadeva che la mia uscita di sicurezza fos­se lo studio. Mi interessava essere qualcuno, e lo strumento per es­serlo, la via, il mezzo era lo stu­dio, era riuscire, essere apprezzato dal professore, ricevere la lode agli esami. E così è stato anche quan­do ho cominciato la teologia. Si diceva: « che cosa è volontà di Dio in seminario? Studiare! ». Ma siccome io avevo quel bisogno di affermazione e di compensazione, il mio « far bene il mio dovere » consisteva nel cercare di prendere ad esempio il massimo in Sacra Scrittura, non per amore della Pa­rola di Dio, non per crescere da cristiano, ma ancora per essere pri­mo: concretamente era un fare dello studio uno strumento di po­tere!

Importante per me è stato sco­prire, assieme ad altri amici, che stavo sbagliando. Mi sono accorto che dovevo posporre completamen­te lo studio per scegliere e mettere al di sopra di tutto l'essenziale: Dio. E così quando mi rimettevo a studiare non solo lo facevo con la stessa o più lena di prima, ma soprattutto mi sentivo Ubero. Al­meno perché lo studio aveva smes­so di essere un arrivismo, uno stru­mentalizzare la Parola di Dio per arrivare primo, in classe, in dio­cesi, all'università... Solo in questa posizione mi accorgevo di poter crescere nella capacità di cogliere e di trasmettere in profondità la verità e la ricchezza immensa del­la Scrittura. Crescevo insomma nel cogliere l'essenziale, la sapienza, e lo studio diventava un vero mo­mento di servizio per gli altri.

Nel tentativo di seguire un modo nuovo di studiare mi sono messo con altri amici a studiare Scrittura con queste disposizioni. Ricordo che quando leggevamo un brano del Vangelo da portare agli esami, lo sentivamo non come un oggetto di studio intellettuale, ma come Parola di Dio per noi. E sperava­mo, anche se non eravamo esegeti matricolati, di avere la luce di Dio per capire nella misura in cui tra di noi c'era unità, c'era amore scambievole! E, cosa stranissima, uscivano riflessioni che ci sembra­vano bellissime al punto che si infil­trava in noi il dubbio che si trat­tasse di riflessioni campate in aria, « spiritualistiche ». Poi in realtà ci capitava a volte di leggere un libro di esegesi moderna, o di consultare un professore, e costatavamo con sorpresa che, con parole più sem­plici, eravamo arrivati alle stesse conclusioni.

ZENO: Vorrei aggiungere che questo modo di concepire lo studio come arrivismo, come un meccanismo per essere superiori agli altri e per ottenere un posto di riguardo nella società, ha un ri­flesso negativo su tutto l'equilibrio della persona umana.

Lo studio fatto in questo modo crea degli squilibrati, persone che magari hanno una logica di ferro ma che sul piano umano, sul piano dei rapporti interpersonali, si di­mostrano carenti.

Personalmente ho sempre sentito una passione molto forte per lo studio, ma oltre ad esso avevo mol­ti altri interessi, come la musica, lo sport ecc. Sono stati questi inte­ressi ad evitarmi il pericolo — alme­no lo spero — di chiudermi nel mon­do dei libri e a darmi la possibilità di molti contatti con le persone, soprattutto le più semplici. Ho im­parato soprattutto a non far mai pe­sare sugli altri la mia cultura.

Attualmente, dopo una pausa nel­lo studio della teologia, dovendo riprendere, sento che l'unica garan­zia che trovo per studiare nel modo giusto è vivere con gli altri un rap­porto di comunione profondo, pie­no e soprannaturale. Solo così sen­to che può crescere dentro di me l'equilibrio e la maturità, che sono presupposti di una vera conoscenza, non esclusivamente intellettuale e teoretica. sembra tanto vero tutto questo, la finalità dello studio non dovrebbe essere mai l'arricchimento personale: « la car­riera », ma uno studio visto in fun­zione degli altri come qualcosa di sociale. Come succede ad esempio nel corpo, nel quale — se è sano — ogni membro svolge la propria fun­zione in armonia e unito agli altri, cosi in una comunità, anche a li­vello di studio, ogni persona do­vrebbe esprimere ciò che veramente è, dare il meglio di se stesso, al servizio degli altri. All'interno di questo corpo c'è uno che è più portato all'indagine filosofica; ecco, quella persona studia filosofia non per sé, ma per tutti, a nome di tutti; è questa la comunità che studia filosofia in quel membro.

ENRUQUE: Per poter vivere in un tale stile di vita, bisogna capovolgere la mentalità che abbiamo, spesso anche tra i cristiani.

E' stato detto che quando noi cristiani ci dimentichiamo di certe verità, nascono dei fenomeni nel­l'umanità che tra l'altro aiutano noi a ritrovare un cristianesimo più pieno. Questo è forse quello che succede con il Corpo mistico. Ad alcuni credenti oggi sembra che parlare di « corpo « sia qualcosa di poco dinamico e suggestivo. Pre­ferirebbero parlare ad esempio di « Popolo », che dice « cammino », « esodo », « futuro », ecc. Ma forse questo malessere si produce per­ché la realtà del « Corpo mistico » ancora non è stata sperimentata in tutta la sua ricchezza.

Se infatti — per riferirci al no­stro tema — gli altri sono mem­bri di me ed io sono membro degli altri, allora è sciocco che qualcuno senta soggezione davanti ad un'al­tra persona perché questa ha fatto certi studi, o che chi ha studiato si senta superiore agli altri. Uno certi studi, o che chi ha studiato di più. Lo studio è una delle tante realtà della vita, che va usato bene, come ogni talento, per amare di più e mettersi meglio al servizio degli altri.

Forse qualcuno potrebbe pensare che questo è anti-intellettualismo, e invece è tutt'altra cosa. Se c'è bisogno di mettere in certo senso « i libri in soffitta », è perché quello che oggi ci vuole per rinnovare la Chiesa e l'umanità è la sapienza, che è dono dello Spirito e frutto della vita in comunione. La cul­tura, l'erudizione, la competenza, gli strumenti per conquistarsele, og­gi ci sono. Ma da soli non bastano. Sicuramente Dio chiede ai cristiani di oggi di puntare alla sapienza: la scienza è importante solo nella misura in cui è a servizio dell'a­more e si armonizza con tutta la nostra esperienza di vita.

Una testimonianza di quanto sia vero e importante questo, è il fatto che dove c'è una vera scuola di vita, dove non si guarda a formare esclusivamente l'intelligenza ma tut­to l'uomo, le persone in poco tem­po riescono a fare dei passi deci­sivi per la loro vita, trovano una crescita profonda e totale, mentre nella scuola nozionistica si può an­dare avanti per anni ed anni re­stando sempre più o meno gli stessi.

a cura di Enrique Cambón

 

(*) La prima puntata è sul numero 10 del dic. '73.