invito evangelico

E' ancora troppo radicata nei cristiani la mentalità che i consigli evangelici siano appannaggio delle persone consacrate nella vita religiosa. E si sono trovati intrap­polati in questo equivoco anche i sacerdoti diocesani. Forse perché a un certo momento si è finito di identi­ficare i consigli evangelici con i voti relativi di povertà, castità e obbedienza, e dal momento che generalmente i voti vengono emessi per regola in ordini o associazioni religiose, i cristiani « non strutturati » e i preti si sono ritenuti esentati dal seguire l'invito di Gesù alla perfe­zione. Come se essere semplici « cristiani » non fosse un titolo sufficientemente nobile da richiedere un impegno adeguato. Quasi che Gesti, in altre parole, quando diede ai suoi seguaci quei consigli che potevano aiutarli a raggiungere la perfezione nella totalitarietà dell'amore avesse inteso discriminare i discepoli in due parti, i « religiosi » e i proletari dello spirito.

Non cosi suonano le sue parole. Dice infatti a tutti gli uomini, in termini non discriminatori: « Chi vuole seguirmi, e non rinuncia a padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle ed anche a se stesso, non può essere mio discepolo... Cosi pure chiunque non rinuncia a quanto possiede, non può essere mio discepolo ». (Lc. 14, 26.33). Ora, tanto il « religioso » quanto il semplice cristiano o il sacerdote si ritengono certamente seguaci di Cristo, altrimenti ne usurperebbero dolosamente il nome; e il fatto che i religiosi scelgano uno stato di perfezione isti­tuzionalizzato da regole e voti non dispensa affatto gli altri cristiani dall'accogliere e dal praticare quei consigli di Gesù che rappresentano la condizione imprescindibile per raggiungere la maturità umana oltre che la verità del nome « cristiano ».

Gesù non ha mai posto questioni teoriche, e neppure riguardo alla perfezione. Dice semplicemente: « se vuoi avere la vita (piena), fa questo ». E' un invito a realiz­zarsi personalmente nella propria situazione di vita, ossia in qualunque situazione ci si trova a vivere, proprio perché i consigli evangelici hanno un significato molto più profondo e ampio di quanto generalmente si pensa, un significato più spirituale che materiale. Se la povertà, ad esempio, la intendo come pura rinuncia a beni mate­riali, ricevo il rimbrotto di san Paolo che mi ricorda: « se non hai la carità, a che ti serve? » Perché avere la carità, amare, esige l'esser poveri almeno spiritualmen­te anche delle persone e di se stessi. E qui si vede l'er­rore di chi ad esempio vorrebbe dare una testimonian­za cristiana soltanto con la povertà credendo che basti " quella a rendere credibile la Chiesa. Lo stesso vale per la sola castità o per la sola obbedienza.

In altre parole c'è da chiederci se essere poveri in senso evangelico non implichi l'esser casti e obbedienti; se essere casti in senso evangelico non implichi essere poveri e obbedienti; e se la vera obbedienza evangelica di cui Gesù ci ha dato l'esempio nei confronti del Padre non esiga l'essere poveri e casti.

In definitiva i consigli evangelici non sono altro che la condizione necessaria perché il rapporto col prossimo sia autentico amore cristiano. E la riprova si ha dal fatto che quanti hanno puntato direttamente all'attuazione del « comandamento » di Gesti senza porsi il problema dei « consigli », si sono trovati a vivere alla lettera anche questi per esigenza intrinseca della carità stessa.

Vivere i consigli evangelici è pertanto necessario per chi vuol amare « come » Gesù vuole, per chi vuole ama­re «da Gesù ».

Silvano Cola