Per una “reciprocità promuovente”

 

Comunicare essendo Chiesa

 

di Maria Rosa Logozzo

 

L’autrice, esperta in comunicazioni e informatica e membro della commissione internazionale di NetOne, spiega come il processo comunicativo, attraversando varie fasi, può far crescere la comunione interpersonale. Fa vedere anche come è possibile cambiare la qualità della comunicazione fino a giungere a una “reciprocità promuovente” che rende ogni comunità – compresa quella ecclesiale – sempre più viva. L’articolo è nato originariamente come lezione al “Corso per educatori nei seminari” promosso dal Movimento sacerdotale dei Focolari nell’abbazia di Vallombrosa (Firenze) nel luglio 2011, ed è risultato così interessante da suggerire l’argomento di questo numero della nostra rivista.

 

Nel trattare di comunicazione mi pare utile una chiarificazione iniziale. 

Spesso ci limitiamo a pensare che comunicare sia passare un messaggio: un emittente, un ricevente e il messaggio che si trasmette dall’uno all’altro. A volte abbiamo solo questa visione quando pensiamo – ad esempio – a come usare i mezzi per evangelizzare.

È una visione parziale. Il termine comunicazione ha l’orizzonte della communio, del dono reciproco, dell’istaurarsi di una relazione tra i soggetti comunicanti. Mirare a far passare un messaggio non basta a creare una relazione ‘tra’ soggetti comunicanti, questa presuppone una certa reciprocità.

Ci sono altre importanti variabili che incidono sul processo comunicativo come – per citarne alcune – il tipo di codifica usato per passare il messaggio, il modo in cui questo viene recepito, l’ambiente in cui la comunicazione avviene, il mezzo utilizzato[1].

 

Il modello trinitario

Dal fatto che siamo creati ad immagine di Dio consegue che «l’essere umano porta nel proprio ‘genoma’ la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore»[2], ne consegue che la comunicazione è iscritta nel nostro DNA (ci sono anche ricerche nel campo laico che mirano a dimostrarlo sperimentalmente).

Noi cristiani allora abbiamo un modello di comunicazione a cui guardare, la pericoresi trinitaria: Dio Padre che amando genera il Figlio, il Figlio che amando si dona al Padre; lo Spirito Santo che è questo movimento, questa comunicazione d’amore. Sta lì la perenne ricchezza, la perenne novità di vita in Dio. È questo ambiente di amorosa, felice, continua e creativa relazione partecipativa che sarà la nostra eternità beata; dunque è verso questo orizzonte che stiamo camminando.

Il Verbo, incarnandosi, ha portato questo suo “modo di vivere” sulla terra e ci ha indicato, nell’amore reciproco, la via per attuarlo anche noi, in qualche modo, nella vita cristiana che conduciamo. Ad attuarlo non solo tra noi cristiani.

La sfida della comunicazione è questo aiutarci a divenire comunione, partecipazione alla vita trinitaria, Chiesa viva.

I mezzi, se scelti e adoperati adeguatamente, possono agevolarci molto su questo cammino, ma non sono essenziali. È l’uomo il mezzo principe, ed è la comunicazione interpersonale che sta alla base di ogni comunicazione che sia tale.

 

Un’analisi del processo comunicativo

Vorrei ora tentare un’analisi del processo di una relazione comunicativa efficace che si possa applicare nelle due situazioni in cui ciascuno di noi può venire a trovarsi: nel comunicare all’interno della comunità di appartenenza, che condivide i nostri valori, e nel comunicare col mondo esterno, che può anche non condividerli.

Non mi muovo su un piano meramente teorico, ma faccio fortemente riferimento all’esperienza raccolta nella mia attività professionale e nel mio vivere.

Parto da un assioma, cioè da un’asserzione che do per valida senza farne una dimostrazione: «esiste sempre una possibilità di dialogo». Perché la do per valida? Perché abbiamo la natura umana in comune con qualsiasi essere umano e questo ci permette di trovare sempre un punto da cui far partire un dialogo, basta cercarlo e volerlo.

Nel processo comunicativo definirei quattro fasi, semplificando naturalmente, perché la vita non è mai così esattamente sequenziale; è piena di sfumature e intrecci.

I quattro stadi li denominerei: approccio motore, empatia, interazione, reciprocità promuovente.

Li descrivo brevemente, invitando a riesaminare in questa lucei processi comunicativi che ciascuno ha vissuto per cercare di individuare quali di queste fasi ogni processo ha attraversato.

 

Approccio motore

Un dialogo parte quando qualcuno si decide per esso e fa la prima mossa in questo senso.

Questa prima mossa, però, deve essere fondata su una capacità di ascolto davanti a quella verità insita in ogni uomo per il fatto stesso che è uomo. È un creare, per amore, un alveo di silenzio su cui l’altro possa parlare, farsi come l’ombra che evidenzia la luce.

Come ci si arriva? Togliendo da noi ogni considerazione preventiva, ogni barriera di pensiero o di esperienza, persino ogni dato scaturito dall’evidenza di fatti e aprendoci alla realtà dell’altro in una verginità di intenzioni e di aspettative. E non si tratta di una posizione ‘asettica’, passiva nei confronti dell’altro, tutt’altro. È un modo di attivare un buon canale di comunicazione.

 

Empatia

L’empatia è utile affinché il contenuto della comunicazione non venga travisato ma resti fedele al messaggio originario. Empatia significa “farsi l’altro”; è condividere speranze e sofferenze altrui, è imparare a conoscere l’altro.

Conoscere chi non ha la nostra cultura, la nostra fede, non è cosa da poco. È come imparare a comprendere e ad esprimersi in una lingua non nostra. Il contatto con il ‘diverso da noi’ può generare incomprensioni e conflitti il cui superamento richiede impegno e tempo, oltre che amore cristiano.

In un’atmosfera empatica l’altro può esprimersi per quello che lui è, con libertà e senza timori perché avverte di parlare ad un altro sé. L’empatia facilita una buona codifica del messaggio e ne aiuta una decodifica fedele.

 

Interazione

L’esperienza empatica è effusiva. Il secondo interlocutore, una volta espressosi pienamente in tale atmosfera, si sente come naturalmente portato a divenire ascoltatore, a farsi capace di accogliere a sua volta.

La relazione comunicativa a questo punto inverte direzione e il cerchio di dialogo si completa.

Ricordo sempre un episodio scritto da un fotografo “free-lance”, sono le sue parole: «Un giorno passeggiavo con la macchina fotografica e la mia attenzione è stata attirata da un barbone sdraiato accanto a un incrocio, sotto un cartello di stop. Quando si è accorto che lo stavo fotografando mi ha detto: “Ma che cosa fa? Non ne ha il diritto!”. Mi sono trovato dunque a fare una scelta come spesso succede in questo mestiere: o rinunciare a prendere la foto; o fare lo stesso la foto, senza tenere conto del parere del fotografato.

Quella volta però, senza riflettere ho messo l’apparecchio nel sacco e superando la mia timidezza mi sono seduto accanto al barbone e ci siamo messi a parlare. Dopo un quarto d’ora, di punto in bianco, lui mi dice: “adesso può fare la foto”.

In un certo senso era lui che mi regalava la sua immagine e non io che la prendevo».

 

«Farsi tutto a tutti»

Mi soffermo un momento sul codice da usare per esprimere quanto vogliamo dire.

San Paolo, grande comunicatore, parlava del ‘farsi tutto a tutti’. Egli ci è maestro nel trovare il linguaggio adatto alle persone a cui ci rivolgiamo, nel cercare di prendere in noi il loro pensare, la loro cultura, e farne uso nella nostra comunicazione perché questa sia sentita vicina, non estranea, sia sentita consona, accessibile e quindi più comprensibile.

Ma prima di lui fu Gesù a parlare in parabole, con un linguaggio popolare, adatto a dotti e ignoranti, per far giungere la buona novella a ogni uomo, senza escluderne nessuno.

Le campagne di marketing odierne spendono sempre molto in questa ricerca di una comunicazione comprensibile e facilmente assimilabile dal target di popolazione a cui vogliono mirare. Lo fanno cercando di definire quali sono i soggetti a cui devono relazionarsi e quale è l’obiettivo a cui la comunicazione mira, cioè quali contenuti il target deve essere portato a recepire.

In base a questo si tara che cosa comunicare per ottenere l’effetto voluto e creare una relazione che coinvolga l’interesse del pubblico; e come comunicarlo, quali sono “gli strumenti” di comunicazione più adatti a ottenere l’effetto voluto.

Specie oggi in cui si è sommersi da informazioni e messaggi, all’arrivo di una comunicazione si decide rapidamente se ci interessa o meno. Per questo motivo è utile esporre con chiarezza il focus cioè il concetto base che vogliamo far giungere – ci sono accorgimenti tecnici per farlo al meglio a seconda del mezzo di comunicazione usato –, ed esporlo dal punto di vista del ricevente (ecco un altro aspetto del ‘farsi tutto a tutti’ paolino). La comunicazione andrà in porto solo se desterà interesse, suscitando una qualche relazione con il destinatario, altrimenti morirà sul nascere.

Chiara Giaccardi, docente di sociologia e antropologia dei media presso l’Università Cattolica di Milano, in un suo intervento al Convegno CEI Abitanti Digitali, analizzando uno studio statistico, ha invitato a riflettere sulla ‘bassa capacità d’ingaggio’ dei mondi cattolici, per la mancanza di leader carismatici capaci di porsi ‘dal basso’, di essere sentiti simili e vicini, così come la comunicazione – ad esempio via internet – oggi permette e richiede. Ha parlato anche di ‘prossimità percepita’: «risulta chiaramente che la condivisione degli stessi spazi (es: in chiesa durante la messa) non produce un senso di vicinanza tra i partecipanti; è la relazione, anche quella attraverso la connessione, che produce vicinanza, non la prossimità spaziale» e ancora «anche da un punto di vista pastorale, non è tanto importante attirare le persone verso le chiese, ma incontrarle ed entrare in relazione, per costruire una vicinanza sulla cui base comunicare»[3].

 

L’umiltà

Un fatterello personale, uno sbaglio.

Avevo tenuto una lezione a un corso di formazione, a cui è seguito un dibattito molto partecipato. Io ho continuato a intervenire, replicando puntuale per chiarire una cosa o un’altra.

Nell’intervallo, un amico delicatamente mi dice: hai fatto un bell’intervento ma hai continuato a ribattere distribuendo tue soluzioni a tutti, un po’ dall’alto in basso...

Ho imparato che la comunicazione deve essere offerta con umiltà. Gesù dice: «Non chiamate nessuno maestro», vale a dire: nessuno di noi lo è in assoluto. Ogni uomo persona umana, anche quella che riteniamo non ne abbia le capacità, quella da cui non ce lo aspettiamo, può invece avvicinarci ad un altro ‘pezzettino’ di verità, se le prestiamo attenzione sincera.

Gesù comunicava con domande: «Voi chi dite che io sia?», «A chi appartiene questa moneta?», «Secondo voi chi ha dato di più?». Lui era la Verità, ma era come se attendesse questa verità dagli interlocutori, volesse suscitarla da loro stessi, scoprirla insieme a loro. Voleva quasi che la sua verità scaturisse da noi, diventasse la nostra.

Credo che questa ‘pedagogia della comunicazione’ possa esserci di luce nei tempi apparentemente a-religiosi e multiculturali in cui viviamo. Lasciamoci porre delle domande e poniamole, senza paure.

Ha avuto grande eco sui media il dialogo di Benedetto XVI con gli astronauti della stazione spaziale internazionale del 21 maggio 2011, perché il Papa più che fare un suo discorso ha posto delle domande agli interlocutori. Ciò testimonia quanto il mondo mediatico stia attendendo un cambio di stile nella comunicazione ecclesiale.

Una comunicazione simile è pure più adatta a porre rimedio a quella ‘dissuetudine a riflettere’ che è una delle peggiori malattie del nostro tempo. Il far domande stimola a cercar risposte e quindi a pensare, lo fa di certo più che l’offrire risposte già pronte.

 

La crisi di autorevolezza

Una ulteriore considerazione: i mezzi di comunicazione oggi avvicinano culture un tempo distanti, ma – come afferma Dominique Wolton in un articolo del gennaio 2000 – «più le distanze sono abolite, più si vede con facilità quello che separa le culture, le civiltà, i sistemi filosofici e politici. E più occorre sforzo per tollerarsi reciprocamente. Più la tecnologia elimina le frontiere di tempo e spazio, più si evidenziano difficoltà di comprensione reciproca e più è difficile risolverle».

Quando TV e internet non c’erano, la conoscenza era scarsa e ci si affidava ad autorevoli esperti che la fornivano. Avevamo pochi mezzi di confronto e verifica, ed era un sapere che veniva da un mondo culturale a noi vicino. Oggi la possibilità di conoscenza è così vasta e variegata che non c’è esperto che regga.

«Ora l’autorità è stata spenta» – ho sentito dire a David Weinberger in un convegno a cui ho partecipato – perché ci sono molti argomenti e livelli di informazione. Può essere più difficile conoscere quando non c’è un’autorità a cui si può credere, ma abbiamo molte più informazioni disponibili.

Sugli articoli di Wikipedia spesso ci sono degli avvisi sulla qualità dell’informazione ‘questo articolo necessita di maggiori punti di vista’, ‘è incompleto’, ‘non è neutrale’... ogni utente può metterne e questo aiuta nella lettura e nell’interpretazione.

Wikipedia non sta cercando di porsi come un’autorità che parla imponendosi, che chiede di credere in quanto dice. Diversamente dall’Enciclopedia Britannica o dal New York Times, per i quali è imbarazzante ammettere di aver sbagliato, Wikipedia è contenta di mostrare la sua fallibilità, la sua umanità. Perché oggi la capacità di ammettere la fallibilità, di ammettere la debolezza umana è un requisito per essere credibili[4].

Ritengo che questo sia un aspetto importante dell’oggi che viviamo, considerarlo può aiutare chi si trovi ad esercitare una qualche autorità, anche in campo ecclesiale.

 

Reciprocità promuovente

Passo all’ultima fase della comunicazione. Eravamo allo stadio della interazione, che è già buona comunicazione, a volte però si arriva a un quarto stadio.

A un qualche punto del ‘va e vieni’ di comunicazione interpersonale,  può emergere un fenomeno nuovo, un dono inaspettato – sottolineo il ‘può’ perché non è scontato che succeda.

È come se la relazione comunicativa assumesse identità a sé, contenente i soggetti interlocutori, ma superante gli stessi. Essi si ritrovano resi capaci di sperimentare come una ‘verità più vera’, universale e a loro comune, ma colta ed espressa da ciascuno nella propria distinta identità.

Questa ‘verità più vera’ dà rilievo alle singole verità degli interlocutori e relativizza ai loro occhi quanto è secondario.

È a questo punto soprattutto che la comunicazione diventa capace di far avanzare l’uomo in umanità, diventa creativa e promuovente. Ognuno trova in se stesso chiarite, corrette o sottolineate idee e concetti che prima faceva fatica a focalizzare o che non sapeva di avere.

Ne troviamo un esempio, di livello eccelso, nel dialogo di Ostia tra Agostino e la madre Monica.

«Percorremmo su su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole e la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l’esaltazione, l’ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch’esse superammo per attingere la plaga dell’abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza... E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente, e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito...  solo questi (il Creatore) parlasse, non più con la bocca delle cose, ma con la sua bocca, e noi non udissimo più la sua parola attraverso lingua di carne o voce d’angelo o fragore di nube o enigma di parabola, ma lui direttamente… come or ora protesi con un pensiero fulmineo cogliemmo l’eterna Sapienza stabile sopra ogni cosa»[5].

 

La ricerca della Verità

Non sarà che oggi la comunicazione, nella sua ricerca di avvicinamento alla verità, abbia da seguire questa dinamica?

Un percorso di onestà di ricerca individuale prima di tutto, ma che non basta, occorre un percorso di ricerca fatto in un qualche ambito ‘collettivo’, ma di un collettivo dove più che la quantità conti la qualità della relazione comunicativa.

Dall’esempio di Agostino e Monica cogliamo che la reciprocità di cui parliamo non vuol significare io dico e tu ricambi dicendo; questa è interazione. Ci vuole proprio un salto di livello, un salto in un qualcosa che superi i due interlocutori e rimanga come stella polare a indicar loro il cammino.

Il salto di livello della reciprocità promuovente è il trascendersi dei due interlocutori nella comunione con Dio, «Dio, la cui logica ci trascende, la Comunione col Quale non è somma né sintesi umana»[6].

Nell’amore reciproco, il nostro pensare può arrivare a toccare questa logica che ci trascende e la comunione col fratello che amiamo è quella ‘magia’ che ci apre a questa ‘fecondazione reciproca’ che non è somma e che non è sintesi del pensiero e della cultura di ciascuno, è tutt’altro, è un novum, è un barlume di Verità.

Se, a prescindere dalla nostra fede o cultura, resteremo intellettualmente onesti e liberi, allora nel nostro modo di comunicare saremo perennemente in ricerca di questa Verità che la comunione ci fa ‘gustare’, come lo saremo della Bellezza e dell’Amore, sarà l’anelito di tutta la nostra vita, perché è questa l’immagine di Dio e l’anelito a Dio che portiamo in noi.

Quest’anelito, unito alla coscienza del limite che ci segna e che continuiamo a sperimentare con sofferenza, diverrà il propulsore nel nostro cammino, ci darà il coraggio per continuare, per spingerci ogni volta un passo più avanti.

Allora ogni cosa che comunicheremo, racconteremo, creeremo sarà evangelizzazione efficace anche quando non esplicita, perché frutto di comunione, voce di Chiesa viva, e avrà in sé tracce di quel seme di speranza, di quella Verità, di quel ‘già e non ancora’ che ci alberga in cuore. E senza quasi avvedercene il nostro comunicare darà speranza cristiana.

 

Alcune variabili che incidono su una comunicazione:

 

·        Il codice: il sistema di segni usato nel comunicare, senza il quale non avviene la trasmissione del messaggio (una lingua, un gesto, un grafico...).

·        La codifica: l’attività che svolge l’emittente per trasformare idee, concetti e immagini mentali in un messaggio comunicabile attraverso il codice.

·        Il canale: il mezzo tecnico esterno agli interlocutori su cui transita il messaggio (telefono, fax, posta...) o il mezzo sensoriale coinvolto nella comunicazione (udito, vista).

·        La decodifica: l’attività del ricevente per trasformare il messaggio da codice in idee, concetti e immagini mentali.

·        Il feedback: l’interscambio che avviene tra ricevente ed emittente che permette all’emittente di percepire come il messaggio sia stato ricevuto e compreso.

·        Il contesto o ambiente: il “luogo”, fisico o sociale, dove avviene lo scambio comunicativo; può incentivare o disincentivare la comunicazione.

Il non curare uno di questi elementi rende la comunicazione deficitaria e in qualche modo di minore efficacia.

 

Maria Rosa Logozzo


[1]Vedi il riquadro alla fine dell’articolo.

[2]Benedetto XVI, Angelus, 7 giugno 2009.

[3]http://www.chiesacattolica.it/cci_new_v3/allegati/18847/Abitanti Digitali  giaccardi.pdf

[4]Miei appunti dall’intervento di David Weinberger al Convegno Per un welfare della creatività e dell’innovazione - Centro Congressi Università “La Sapienza” (Roma, 14 dicembre 2007).

[5]S. Agostino, Le Confessioni, La contemplazione di Ostia, Libro IX, 10, 23 - 11, 28.

[6]Chiara Lubich, Paradiso ’49, in Nuova Umanità 30 (2008/3) n. 177, 290.