La catechesi alla luce del carisma dell’unità

di Alba Sbariglia

 

L’autrice, membro del Centro internazionale e interdisciplinare di studio del Movimento dei focolari, partendo dalla situazione del mondo d’oggi, si sofferma sul contributo all’azione catechetica da parte del Movimento, che sin dall’inizio ha riscoperto il valore della Parola vissuta e comunicata. Emerge la profonda consonanza tra l’esperienza evangelizzatrice del Movimento e quanto la Chiesa chiede oggi a chi ha il compito di aprire alle nuove generazioni la via dell’incontro personale con Cristo con una catechesi che trasformi la vita.

 

Prima di addentrarci nel cuore del nostro tema, ci sembra opportuno esaminare quali problematiche caratterizzano il mondo di oggi per poter meglio evidenziare il ruolo che la catechesi, illuminata dal carisma dell’unità, è chiamata a svolgere in questo contesto.

L’ambiente in cui viviamo

«Il tempo che stiamo vivendo – è Giovanni Paolo II ad offrirne questa efficace descrizione –, con le sfide che gli sono proprie, appare come una stagione di smarrimento. Tanti uomini e donne sembrano disorientati, incerti, senza speranza e non pochi cristiani condividono questi stati d’animo. (…) Molti non riescono più ad integrare il messaggio evangelico nell’esperienza quotidiana; cresce la difficoltà di vivere la propria fede in Gesù in un contesto sociale e culturale in cui il progetto di vita cristiana viene continuamente sfidato e minacciato. (…) Si assiste a una diffusa frammentazione dell’esistenza; prevale una sensazione di solitudine; si moltiplicano le divisioni e le contrapposizioni. (…) La globalizzazione, invece di indirizzare verso una più grande unità del genere umano, rischia di seguire una logica che emargina i più deboli e accresce il numero dei poveri della terra. (…) Alla radice dello smarrimento della speranza sta il tentativo di far prevalere un’antropologia senza Dio e senza Cristo»1.

L’attuale magistero pontificio, facendo propria questa analisi della situazione del mondo contemporaneo, ne mette a fuoco, in modo particolare, il suo diffuso relativismo. Si tratta – come è noto – del fenomeno che domina ogni settore della cultura e della vita, fino al punto di esercitare una specie di “dittatura”2 sul pensiero, nelle sue molteplici valenze: filosofico, storico, scientifico, sociale e – non ultimo, o meglio onnicomprensivo delle precedenti – religioso.

Alle radici di tale fenomeno c’è la negazione di ogni forma di trascendenza. Si nega cioè anzitutto l’esistenza di Dio come creatore dell’uomo, dell’universo e di una legge morale. Si nega, inoltre, una verità trascendente e assoluta alla quale l’intelligenza umana debba adeguarsi. Nel campo dell’agire, poi, si nega un bene assoluto a cui aderire con la volontà e poi tradurre nella pratica della vita.

Alla base di ogni forma di relativismo vi è quindi – possiamo dire – la negazione di un Essere assoluto in sé e per sé e di conseguenza l’assolutizzazione dell’uomo. L’assoluto cioè non è più Dio, ma l’uomo che vive in un mondo e in una storia in perenne mutamento.

In un contesto culturale come questo, in cui l’uomo è ritenuto come norma unica di riferimento e di comprensione del mondo, ogni credente si trova ad affrontare numerose problematiche che riguardano la sua crescita nella fede e lo costringono ad interrogarsi costantemente sulla sua identità cristiana, fondata e plasmata sull’evento Cristo. Uno dei gravi rischi, infatti, in cui si può incorrere è considerare la rivelazione di Dio in Gesù Cristo come un evento tra gli eventi, e non come un evento di salvezza assoluto, nuovo ed unico, che come tale trascende la storia e la stessa realtà umana.

È in un contesto sociale secolarizzato come questo che il credente si trova a vivere: un contesto articolato non più attorno a valori radicati in una solida tradizione cristiana, ma piuttosto attorno a punti di riferimento che pongono l’accento sul soggetto, sulla sua libertà di scegliere se accedere alla fede o meno, e magari di operare tale scelta individualmente, sempre più da adulto, in età matura. Inoltre il credente è chiamato a misurarsi quotidianamente con molteplici universi culturali e visioni della vita legati al mondo globalizzato in cui è immerso. E ciò spesso mette in crisi la sua identità cristiana.

Dare le ragioni della nostra fede

Dunque, di fronte a questi innumerevoli “venti di dottrina” che travolgono la barca del cristiano di oggi – come dice Papa Benedetto XVI3 –, più che mai forte e urgente si fa l’esigenza di mettere a fuoco la propria identità spirituale e di manifestare al mondo le ragioni della speranza che la fede cristiana racchiude in sé (cf Pt 3, 15) e che sono valide per ogni essere umano.

Da qui l’esigenza di testimoniare, con sempre maggiore chiarezza, tutto il valore della visione cristiana dell’uomo e del mondo, di mettere in luce la credibilità della fede attraverso un impegno culturale e sociale fortemente visibile e propositivo.

Da qui la forte necessità di ripuntare sul carattere sia interpersonale che comunitario della fede, di evidenziare cioè l’importanza di aprirsi anzitutto alla Persona in cui si crede: a Cristo, alla sua vita, al suo pensiero, alla sua parola; e di conseguenza di aprirsi alla comunità ecclesiale, a quel “noi ecclesiale” solo all’interno del quale la fede cristiana può vivere, progredire e svilupparsi.

Sono questi, a parer nostro, gli obiettivi più urgenti e fondamentali per la catechesi del nostro tempo. Essa riteniamo debba impegnarsi sempre più verso uno sviluppo della fede dei credenti secondo tali esigenze.

Ma come può la catechesi del terzo millennio rispondere al meglio a tali emergenti obiettivi? Quali contenuti e quali metodi privilegiare? E in che senso il carisma dell’unità indica una via percorribile a tali scopi?

Cosa vuol dire fare catechesi?

Come è noto il termine prende origine dal verbo greco catecheo che significa: riferire, comunicare, informare su qualcosa; o, ancora, istruire, impartire un’istruzione a qualcuno…

Tra i vari significati, particolarmente suggestivo ci sembra quello contenuto nell’accezione originaria del termine che può essere così tradotto: risuonare dall’alto in basso provocando l’eco. Per catechesi si intenderebbe cioè il riecheggiamento di una dottrina che viene da molto lontano. Ovvero: la fedeltà ad eventi, parole e insegnamenti che non è lecito alterare. Ovvero ancora: il fedele riecheggiamento di quella voce primordiale di Cristo e dei suoi primi annunciatori, gli Apostoli.

Ed è proprio da questo significato originario del termine catechesi che prende spunto la nostra riflessione: riecheggiare fedelmente la voce di Gesù, la sua parola, la sua vita, i suoi insegnamenti, per suscitare una risposta altrettanto fedele, genuina, autentica, in coloro ai quali essa è rivolta.

Questa finalità così espressa sembra essere in particolare consonanza con il carisma dell’unità, con quella speciale pedagogia adottata dallo Spirito Santo, attraverso un suo dono, per annunciare a Chiara Lubich e a quanti l’hanno seguita, un Ideale destinato nel nostro tempo a vivificare il messaggio cristiano fino a raggiungere, in breve, persone appartenenti a culture e lingue le più varie.

La spiritualità dell’unità e la catechesi

Cerchiamo quindi di ripercorrere alcune tappe fondamentali della spiritualità dell’unità evidenziando quella luce che da esse promana e che è appunto particolarmente significativa per la catechesi del nostro tempo.

Uno degli obiettivi primari della catechesi è senza dubbio la riscoperta del nucleo centrale della fede cristiana. Tale nucleo ci viene ampiamente esplicitato da Benedetto XVI fin dalla sua prima enciclica: Deus caritas est.

Dio è Amore

L’amore è l’essere del Dio cristiano, il suo nome, la sua vera natura.

Questa fondamentale scoperta, che Dio è Amore, è – come sappiamo – all’origine del nostro incontro con Cristo, incontro avvenuto per tutti noi, membri del Movimento dei focolari, attraverso l’Ideale. È stato incontrare una luce che ci ha attirati, coinvolti nel cuore e nella mente, ed ha trasformato la nostra vita operando una sorta di conversione. Ci ha aiutato a scoprire non più un Dio lontano, inaccessibile, ma vicino, paterno, presente dappertutto con il suo amore puntuale e tangibile e che ci invita a credere e a rispondere col nostro amore al suo amore (cf 1Gv 4, 16).

L’amore si è manifestato così anche come il senso più vero della nostra esistenza umana, come il nostro unico destino.

Scrive Chiara: «Egli c’è sempre e ci spiega che tutto è amore: ciò che siamo e ciò che ci riguarda; che siamo figli suoi ed Egli ci è Padre; che nulla sfugge al suo amore, nemmeno gli errori commessi; che il suo amore avvolge i cristiani come noi, la Chiesa, il mondo, l’universo»4.

Dunque, se il primo compito richiesto alla catechesi è ricentrare il messaggio cristiano, ci sembra che il primo contenuto da esplicitare in un itinerario catechistico alla luce del carisma dell’unità non possa prescindere da questo punto della nostra spiritualità: Dio Amore.

Tema che va sviluppato – crediamo – anzitutto partendo dalla propria personale esperienza, secondo quella metodologia vitale che caratterizza la nostra vita e che sappiamo essere senz’altro la più efficace. Se, infatti, vi è una priorità che emerge in modo rilevante dalla spiritualità del Movimento è proprio quella di essere fedeli testimoni di quanto si annuncia, di quanto si insegna.

Essere testimoni

Dunque ai catechisti viene chiesto innanzitutto di vivere con totalitarietà la propria vita cristiana, a partire dalla scelta di Dio scoperto come Amore.

A questa priorità sollecita il Papa in un suo recente discorso:

«Riguardo ai catechisti e agli animatori delle comunità – egli afferma –, è opportuno ricordare l’esigenza di accompagnare la trasmissione della retta dottrina con la testimonianza personale, con il fermo impegno di vivere secondo i mandati del Signore e con l’esperienza viva di essere membri fedeli e attivi della Chiesa. In effetti, questo esempio di vita è necessario affinché la loro istruzione non si riduca a una mera trasmissione di conoscenze storiche sui misteri di Dio, ma conduca ad adottare uno stile di vita cristiano»5.

Ma per essere prima testimoni e poi maestri è necessario guardare a Colui che nella sua vita ha fatto dell’amore l’unico scopo: Gesù.

Nella sua vita, infatti, Egli ha incarnato la sua dottrina rendendosi, in tal modo, più credibile di ogni altro maestro.

Ne consegue allora che lo scopo fondamentale della catechesi è condurre alla conoscenza del mistero di Cristo, vero Dio e vero uomo, e alla conoscenza della sua opera, pieno svelamento dell’amore del Padre per l’umanità intera.

Una conoscenza che deve farsi incontro personale con Lui (cf EN 25-28).

È Gesù, infatti, il “luogo” in cui, in modo unico, il mistero di Dio e il senso dell’uomo si incontrano. È il “luogo” in cui si rivela e si dona in pienezza l’amore del Padre e dello Spirito e, al tempo stesso, vi è svelata in pienezza l’altissima vocazione dell’uomo, il senso fondamentale del suo esistere, il disegno d’amore tracciato da Dio fin dall’inizio su di lui (cf GS 22).

In Gesù ogni uomo trova risposta ad ogni sua domanda; in Lui trova la via che lo conduce ad una totale novità di vita.

In tal senso si fa imprescindibile, accanto all’insegnamento della dottrina sul mistero di Cristo, la riflessione sulla vita di fede ad essa conseguente: avendo conosciuto Gesù, fare di Lui il proprio modello di vita. Di più: diventare come Lui, essere altri Lui per portare nel mondo con slancio rinnovato (cf NMI 29) questa novità di vita, facendo proprio il suo modo di agire, di pensare, di volere.

«Gesù – scrive Chiara – è la Vita, la Vita completa. È l’Uomo, l’uomo perfetto, che riassume in sé tutti gli uomini e ogni verità e spinta che essi possono sentire per elevarsi al proprio posto. E chi ha trovato questo uomo ha trovato la soluzione ad ogni problema umano e divino»6.

Vivere la Parola

Per attuare ciò è necessario conoscere bene l’intero messaggio di Gesù, occorre cioè conoscere e soprattutto vivere la sua Parola, nutrirsi di essa, rievangelizzare radicalmente il proprio essere e il proprio agire, fino a fare emergere in sé l’“uomo nuovo” (cf Ef 4, 24) che nasce in quanti si pongono alla sua sequela.

La Parola, se vissuta, opera davvero in noi una trasformazione profonda e si fa “luogo” di incontro con Gesù.

Così Chiara scrive: «Noi possiamo essere, se viviamo la Parola, se siamo la Parola viva. Le Parole di Gesù, infatti, non sono semplicemente esortazioni, suggerimenti, indicazioni, direttive, ordini, comandi. Nella Parola di Gesù è presente Gesù stesso che parla, che ci parla. Le sue Parole sono egli stesso, Gesù stesso.

E così noi, nella Parola, lo incontriamo. E accogliendo la Parola nel nostro cuore, come egli vuole che sia accolta (e cioè essendo pronti a tradurla in vita), siamo uno con lui ed egli nasce o cresce in noi, e così siamo. Ed ecco l’essere.

(…) Vivere la Parola, farla nostra; annullare noi per essere lei; metterla in cima ai nostri pensieri, ai nostri affetti. (…) Per essa ci andiamo evangelizzando e irradiamo il Vangelo attorno a noi»7.

Il Vangelo si va così scoprendo come libro contenente parole di vita uniche, universali, sperimentabili, vere, rispondenti alle attese dell’uomo di tutti i tempi perché in esso è contenuta la vita stessa di Dio calata nella vita dell’umanità8.

La prassi di vivere la Parola e comunicarla ad altri, si rivela di grande importanza formativa anche per quanti si riavvicinano dopo anni alla fede.

Lo rileva Giovanni Paolo II in un brano dell’Esortazione apostolica Ecclesia in Europa dove riconosce come contributo specifico offerto dai nuovi Movimenti e Comunità ecclesiali quello di aiutare i cristiani: a vivere più radicalmente secondo il Vangelo; a promuovere la vocazione dei laici e portarla ad esprimersi nei diversi ambiti della vita; a favorire la santità del popolo; ad essere annuncio ed esortazione per coloro che diversamente non incontrano la Chiesa; ad essere di grande aiuto nel diffondere vivacità e gioia nella Chiesa9.

È quanto ci sembra di poter attestare anche alla luce della nostra esperienza: la testimonianza della Parola vissuta produce, in ciascuno e in tutti, una vera conversione fino a suscitare un’esigenza, sempre più profonda e manifesta, di conoscere bene tutto il patrimonio della fede.

Del resto, in un terreno così preparato dalla vita della Parola, l’insegnamento del catechismo non può non risultare molto proficuo sia nell’apprendimento delle verità della fede sia nella loro applicazione. La vita della Parola risulta anzi un valido ed efficace percorso metodologico per la trasmissione di esse10.

La presenza del Risorto nella comunità

La Parola – come abbiamo detto – costituisce una speciale opportunità di incontro personale con Gesù. Ma non solo: poiché la Parola vissuta non può non incidere nell’ambiente circostante, se comunicata essa contribuisce a edificare una comunità viva che ha il timbro vero di una famiglia, sull’esempio della prima comunità cristiana, così descritta negli Atti degli Apostoli: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (4, 32).

Una comunità così edificata sulla Parola è chiamata a fare esperienza di quella particolarissima presenza di Gesù da Lui stesso promessa: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20): esperienza questa che già i Padri riconoscevano come privilegiata esperienza di Chiesa: «Dove tre (sono riuniti), anche se laici, lì è la Chiesa», scrive Tertulliano11, e che Giovanni Paolo II, richiamando il versetto di Matteo, così conferma: «Quanto poco occorre perché la Chiesa cominci ad esistere tra gli uomini!»12.

Lo stupore della scoperta di questo immenso tesoro che è Gesù fra noi viene così descritta da Chiara:

«Dio… Lo si adorava nei tabernacoli, lo si amava nel fratello, lo si contemplava al di là delle stelle, nell’immensità dell’universo.

Ma un giorno fummo sorpresi dal pensiero che quel Dio, che ci era così presente col suo amore, ma tanto lontano con la sua maestà, era sceso vicino, fra noi uniti, stabilendovi la sua dimora. (…)

Gesù in mezzo a noi, fratello tra i fratelli, maestro, guida, conforto, luce: nulla da invidiare a coloro che lo ebbero vicino in Palestina. Tutto da sperare da questa sua ultrastraordinaria presenza. Principio d’incendio divino nel mondo, dovunque Egli si trova: Lui che ha detto: “Fuoco sono venuto a portare sulla terra”. Abbiamo un immenso tesoro, abbiamo il tesoro»13.

E noi possiamo testimoniare che, in una comunità che vive e si alimenta della presenza di Gesù, tutto prende vigore e luce.

Anche il momento catechetico assume un significato sostanziale, inserendosi armonicamente nella vita della comunità cristiana. È Gesù presente il vero Maestro che con il suo Spirito illumina, sprona, infiamma e rende il suo insegnamento luce e vita.

La riscoperta dei sacramenti

Ciò vale pure per quei momenti in cui la comunità cristiana è chiamata ad attingere la vita di Dio dalle sue stesse fonti: i sacramenti e la liturgia. Fonti che la luce del carisma fa riscoprire in tutta la loro ricchezza e bellezza.

È esperienza ricorrente, ad esempio, che la Messa diventa per tutti centro e culmine della giornata. In particolare, quando ci si dispone ad accogliere l’Eucaristia, avendo posto come premessa l’amore reciproco, si sperimenta che essa accresce l’unità con Cristo e fra tutti e suscita la prontezza a testimoniare il Risorto portando l’amore.

Inoltre, questo incontro quotidiano con Lui, vissuto come “un’udienza con l’Onnipotente” si trasforma in occasione per affidargli i bisogni personali, della propria comunità ecclesiale e dell’umanità intera, per ringraziarlo dei doni ricevuti e adorarlo14.

Si riscoprono pure, in modo nuovissimo, i momenti di preghiera da vivere insieme nell’impegno di mantenere costantemente la presenza di Gesù in mezzo. Fra questi il consenserint (cf Mt 18, 19), tipica preghiera ecclesiale considerata l’anima, per così dire, di ogni preghiera liturgica proprio perché recitata insieme alla presenza di Gesù in mezzo. Ed è Lui, allora, a suggerire le richieste da rivolgere al Padre ed a farne sperimentare i frutti.

In questo clima, quanti ancora si preparano a ricevere i sacramenti trovano il contesto più adeguato al loro percorso di iniziazione cristiana: scoprono cioè il “luogo” in cui entrare esistenzialmente in quel Mistero che è l’intimità stessa di Dio, attingerlo e tradurlo in vita fino a diventare, a loro volta, membra vive di quella porzione di Chiesa che riflette e contiene la Chiesa universale. È quanto efficacemente sottolinea Chiara con queste parole: «Quale ricchezza d’esperienza liturgica ci potremmo attendere da un popolo di Dio veramente unito! Il volto della Chiesa risulterebbe bello in tutto il suo splendore e attirerebbe il mondo, come un giorno Gesù le folle»15.

Per concludere ritorniamo alla suggestiva definizione di catechesi: riecheggiare fedelmente la voce di Gesù, la sua parola, la sua vita, i suoi insegnamenti, per suscitare una risposta altrettanto fedele, genuina, autentica in coloro ai quali essa è rivolta.

Questa vocazione tutta propria della catechesi così esplicitata sembra più che mai rispondere alle attese del mondo di oggi che ha bisogno di un cristianesimo genuino, autentico, come quello annunciato dai primi discepoli di Gesù.

In questa ottica – come abbiamo mostrato – il carisma dell’unità dà luce a contenuti e metodi di quei percorsi formativi necessari ad una riscoperta della identità cristiana. Identità che trova il suo “luogo” in Gesù: pienezza dell’amore del Padre, Parola dispiegata e totalmente donata; rivelazione del disegno di Dio sull’umanità; “luogo” destinato a dare vita al “noi ecclesiale”, a quella nuova comunità dei credenti uniti nel suo nome, in Lui Risorto vivente fra loro.

 

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1) Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, nn. 7-9: EV 22, 419-423.

02) Cf Benedetto XVI, Pro eligendo Romano Pontifice, 18.4.2005.

03) Ibid.

04) C. Lubich, Una via nuova, Roma 2003, pp. 33-34.

05) Benedetto XVI, Ai vescovi di Costa Rica, in “L’Osservatore Romano”, 9.2.2008, p. 8.

06) C. Lubich, La dottrina spirituale, Milano 2001, p. 220.

07) C. Lubich, Santi insieme, Roma 1996, pp. 101-102.

08) Il Vangelo così riscoperto conduce i credenti, singolarmente e insieme, ad illuminare della sua luce i vari ambiti antropologici e culturali in cui essi si trovano ad operare. Così leggiamo nel Direttorio del 1997: «Il Vangelo sollecita una catechesi aperta, generosa e coraggiosa nel raggiungere le persone dove vivono, in particolare incontrando quegli snodi dell’esistenza dove avvengono gli scambi culturali elementari e fondamentali, come la famiglia, la scuola, l’ambiente di lavoro, il tempo libero». È pure importante per la catechesi saper discernere e penetrare in quegli ambiti antropologici nei quali le tendenze culturali hanno maggior impatto per la creazione o diffusione di modelli di vita come

08) il mondo urbano, il flusso turistico e migratorio, il pianeta giovani ed altri fenomeni socialmente rilevanti…». Infine, «sono altrettanti settori da illuminare con la luce del Vangelo (RM 37) quelle aree culturali che sono denominate “areopaghi moderni”, come l’area della comunicazione; l’area degli impegni civili per la pace, lo sviluppo, la liberazione dei popoli, la salvaguardia del creato; l’area di difesa dei diritti delle persone, soprattutto della minoranze, della donna e del bambino; l’area della ricerca scientifica e dei rapporti internazionali…» (DGC 211: EV 16, 1040).

09) Cf Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, nn. 7-9: EV 22, 432.

10) Come, infatti, esorta la Novo Millennio Ineunte: «Chi ha incontrato veramente Cristo non può tenerselo per sé, deve annunciarlo» (n. 40).

11) Tertulliano, De exhort. Cast. 7: PL 2, 971: «Dove tre (sono riuniti), anche se laici, lì è la Chiesa».

12) Giovanni Paolo II, Insegnamenti II/2 (1979), p. 5.

13) C. Lubich, Una via nuova, cit., p. 51.

14) Id., La dottrina spirituale, cit., p. 178.

15)