Gli inizi della Parola di vita

 

Portare nel mondo la rivoluzione del Vangelo

 

L’autore fu il primo giovane che, a contatto con Chiara Lubich, venne conquistato dall’ideale dell’unità e con altri giovani iniziò a Trento il focolare maschile. Oggi, insieme ad una focolarina, è incaricato per la formazione spirituale dei membri del Movimento. In questo suo intervento racconta, con la freschezza degli inizi, come è sorto l’uso, oggi diffuso tra milioni di persone, di vivere mensilmente una «Parola di vita».

 

Il Vangelo: codice di vita

Una pratica che ha caratterizzato la nascita del nostro Movimento fin dai primissimi tempi è quella che noi abbiamo chiamato «Parola di vita». Ricordo come andò affermandosi questo modo semplice ed efficace di rievangelizzare la propria vita e il proprio ambiente.

Le prime focolarine durante i continui allarmi per i bombardamenti si riparavano nei rifugi con Chiara, la quale si portava sempre in tasca un piccolo Vangelo. Lo apriva a caso e lo leggeva con loro a lume di candela. Ogni frase di Gesù appariva nuova, vivibile in quelle circostanze e sempre. Per esempio: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Chi era il prossimo in quel momento? Era quella mamma con tanti bambini che aveva bisogno di aiuto per ritornare dal rifugio alla sua casa. Era quella vecchietta che si trascinava con fatica per raggiungere il rifugio. Erano quei poveri che, seduti nella piazzetta dei Cappuccini, aspettavano l’ora della distribuzione di un piatto di minestra dai frati e spesso bussavano alla porta della casetta delle focolarine. Ogni prossimo che esse incontravano era una occasione per amare concretamente Gesù.

«L’hai fatto a me», c’era scritto sul Vangelo. Dunque, ogni volta che cercavano di aiutare un prossimo avevano la certezza di aiutare Gesù stesso. «Date e vi sarà dato», dice ancora Gesù. Loro davano, pur essendo in tempo di guerra e quindi nella più assoluta povertà, confidando nelle sue parole. Grande fu la sorpresa nel vedere arrivare tanta provvidenza da poter distribuire a molti che ne avevano bisogno. Veramente le promesse di Gesù si verificavano e ciò aumentava in loro la sicurezza di essere sulla giusta strada.

Così il Vangelo divenne il codice della loro vita e in questo modo si formò attorno a loro la comunità. Avevano capito che solo nel Vangelo c’era la verità, dunque, perché cercarla altrove? «Chi opera la verità viene alla luce»: vivendo così aumentava la luce per comprendere ciò che più stava a cuore a Gesù.

Nacque l’idea di proporre a tutti coloro che esse incontravano di vivere ogni quindici giorni una frase compiuta del Vangelo con un commento scritto da Chiara in modo da renderla maggiormente comprensibile, sempre con il placet dell’autorità ecclesiastica.

Se oggi il Movimento ha raggiunto gli ultimi confini della terra è grazie a questo vivere la Parola momento per momento e in ogni circostanza.

Essere Gesù 24 ore su 24

Quale fu la mia reazione? A quel tempo era molto sentita la separazione fra la classe operaia e quella intellettuale, esisteva quindi in me nei confronti appunto degli intellettuali una specie di complesso di inferiorità. Sapevo che Chiara, oltre ad essere maestra, era anche iscritta alla facoltà di filosofia: anche per questo motivo mi sentii assai imbarazzato di fronte a lei.

Chiara cominciò dunque a parlare e parlava a me, Marco, operaio: ma le sue parole erano così delicate e suadenti che mi fecero subito sentire a mio agio. Man mano che il discorso procedeva, la voce di Chiara andava via via accalorandosi. Mi parlò di Gesù, di quel Gesù in cui io credevo ma che avevo sentito sempre molto lontano, pur ritenendomi un fervente cristiano. «Vogliamo – diceva Chiara – portare nel mondo la rivoluzione del Vangelo!».

Ricordo l’esempio che mi portò: «Coloro che fanno “teatro”, mi disse, imparano la loro parte e quando viene il momento di debuttare si truccano, si immedesimano in un determinato personaggio e recitano il loro ruolo. Terminata però la commedia si tolgono il trucco e ritornano ad essere quelli di sempre. Così – proseguì Chiara – fanno molti cristiani: viene la domenica, mettono, per così dire, il trucco da cristiani, vanno alla messa e poi, ritornati a casa, depongono il trucco di cristiano».

Io ascoltavo con attenzione quelle parole che scendevano profondamente dentro di me, portandovi una vera rivoluzione. In quell’esempio mi ci vedevo perfettamente.

«Gesù – continuò Chiara – se venisse oggi in questo ventesimo secolo, sarebbe Gesù 24 ore su 24: Gesù che lavora, che prega, che mangia, che riposa… ma sempre Gesù. Forse – disse – oggi sarebbe un Gesù elettrotecnico, come te…».

Mi lasciò così intravedere quello che sarei dovuto essere. Questa nuova visione del cristianesimo mi stordì. Vidi il mio passato, che avevo sempre ritenuto buono, crollare come un edificio colpito dalle bombe e provai una certa angoscia. Nel contempo vedevo aprirsi davanti a me un orizzonte nuovo, pieno di luce.

Richiamo alla radicalità del Vangelo

Quell’incontro lasciò in me un forte marchio e, a dire la verità, quelle parole sono sempre vive dentro di me: «Essere Gesù 24 ore su 24».

È una sfida quotidiana che mi richiama sempre alla radicalità del Vangelo.

Grazie a questa scoperta (io la chiamo “rivelazione”) tutti i miei rapporti, specialmente in officina con i compagni di lavoro, cambiarono. Non avevo mai pensato che si potesse vedere anche in loro, veri avversari, comunisti e anticlericali, dei prossimi da amare. La Parola di Gesù che Dio accetta l’offerta all’altare se prima c’è la riconciliazione, non l’avevo mai vissuta pur andando frequentemente alla messa e ricevendo l’Eucaristia.

In quella “casetta” che poi si chiamò focolare, incominciai ad apprendere la vita del Vangelo, a vivere la Parola di vita che allora era quindicinale. E la mia vita cambiò a mano a mano che incarnavo quelle Parole di vita eterna.

A quell’epoca non sapevo ancora se sposarmi o donare la mia vita  interamente a Dio. Chiara, conoscendo le mie forti difficoltà di scelta, mi scrisse una lettera nella quale riportò la risposta di Gesù al giovane ricco: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi!» (Mt 19, 21). Compresi subito la chiamata di Gesù a seguirlo e non esitai a rispondere con tutto l’entusiasmo dei miei 21 anni.

Da quel momento il Vangelo è diventato il codice di vita di ogni giorno, la risposta a tutti i perché. Ed è così ancora oggi. Tuttora è necessario ritornare a Piazza Cappuccini, ove è nato il primo focolare, e alla grande esperienza del vivere il Vangelo. Perciò anche ora, quando proponiamo mensilmente una Parola della Scrittura da vivere, non ci vogliamo soffermare tanto su un commento esegetico, ma cerchiamo di evidenziare come questa Parola è stata vissuta concretamente in tutte le circostanze della vita personale e sociale. Raccontiamo perciò quali frutti essa ha prodotto in noi.

L’esperienza continua

Vorrei concludere raccontando una mia personale esperienza. Si viveva la Parola: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Gv 3, 14).

Sono arrivato al Centro del Movimento sei anni fa per sostituire Enzo Fondi, un focolarino che aveva l’incarico di seguire la vita spirituale di tutto il Movimento, morto di infarto il 31 dicembre 2001.

Appena giunto a Rocca di Papa sono andato ad abitare nello stesso focolare in cui aveva abitato Enzo. Il primo incarico affidatomi, oltre a sostituire Enzo per la parte spirituale di tutto il Movimento, è stato quello di preparare la tavola per il pranzo e per la cena, scendere con l’ascensore dal secondo piano, ove c’è la sala da pranzo, al piano terra ove c’è la cucina, e portare il carrello carico di tutto il necessario nella sala da pranzo. E quindi sistemare tutto bene sulla tavola e controllare che non manchi nulla. Alla fine dei pasti raccogliere tutto sul carrello e riportarlo al piano terra, sistemando ogni cosa in modo da lasciare la cucina in ordine.

Un compito che ho sempre cercato di far bene, cosciente che quella era per me la volontà di Dio. Sono passati sei anni e ad un certo punto mi è capitato di sentire questo impegno un po’ pesante. «Perché sempre io e non gli altri?», mi veniva da dire. Pensiero che, naturalmente, mi ha tolto la pace, anche perché sono nati in me dei giudizi. Questo fatto mi ha procurato un forte malessere, una specie di morte dell’anima che ha annebbiato tutta la mia persona. Ma è stata questione di pochi istanti, perché subito mi è venuto spontaneo interrogarmi sul perché della mia donazione a Dio. Cosa avevo scelto, quando molti anni fa conobbi questa vita evangelica, qualche incarico importante o amare Gesù crocifisso nel momento dell’abbandono e il sapermi mettere sempre all’ultimo posto?

La risposta è arrivata immediata: ho scelto Te e null’altro e questo servizio che mi viene chiesto è una grossa opportunità di servire Gesù nei miei fratelli di focolare. Così con un nuovo impegno mi sono messo a fare con maggior perfezione e amore ogni cosa: sistemare bene i piatti a tavola, le posate, i bicchieri, ecc., col pensiero che tutto questo lo facevo non a questo o a quel focolarino, ma a Gesù in persona. Questo fatto ha illuminato la mia mente facendomi capire con maggior forza questa Parola di vita: «Sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli». La “morte” dell’anima è stata vinta dall’amare i fratelli.

Ogni volta che mi capita di vivere questa Parola, mi viene spontaneo ringraziare Gesù per la grazia ricevuta e mi metto a cantare dalla gioia, provando dentro di me una nuova spinta verso la santità. Veramente si constata che la morte è sempre vinta dall’amore ai fratelli.

Marco Tecilla